Congo,  reportage

Missione Congo #8 – Sperduto nei villaggi

Per sopravvivere in questa regione del Congo durante gli anni delle guerriglie e delle invasioni, “bisogna saper capire quando sta arrivando la pallottola, e schivarla. Perché se ti eliminano, sei eliminato e basta” dice padre Franco Bordignon, il missionario saveriano che vive in questo paese da 50 anni. Una personalità di spicco per l’impegno civile, sociale, ecclesiale profuso a favore dei congolesi. Tutti a Bukavu lo conoscono. Tra le molte iniziative, insieme a 12 attivisti ha fondato nel 1965 il Comitato contro la malnutrizione, una malattia chiamata “bwaki” in swahili, che affligge specialmente le zone contadine dei villaggi. E infatti, per capire davvero il lavoro che il comitato svolge oggi con operatori, formatori, agronomi, ingegneri e mediatori, non basta visitarne la sede nel centro città, a pochi metri dalla Cattedrale. Bisogna imbarcarsi su un fuoristrada e lasciarsi alle spalle l’abitato.

Mezz’ora, un’ora, un’ora e mezza. La pista di terra battuta scorre via sotto le ruote e dal finestrino si incrocia lo sguardo delle donne che trasportano pesanti carichi da o verso la città. Fascine di legna, sacchi di manioca, blocchi di carbone, fagotti di stoffe e chissà cos’altro a piegare le schiene con cinghie di fortuna. Pochi i mezzi a motore. Le moto-taxi, i mini bus stipati di gente fino a scoppiare, qualche camion che sputa fumo nero, una camionetta dei caschi blu dell’ONU, armati fino ai denti. E poi i villaggi. Compaiono a tratti tra le chiome dei banani, tetti di paglia a cono, pareti di fango pressato tenuto insieme da grossi bambù e legacci vegetali. Costruzioni quadrate o rotonde, capanne case e stalle, e scorribande di bambini tra le donne intente a raccogliere o cucinare.

Dove comincia la conca pianeggiante gli operai del Comitato stanno costruendo una presa d’acqua: all’interno di uno scavo che raggiunge le falde stanno posando le pietre per convogliare l’acqua sotterranea in un tubo che la distribuisca omogenea per tutta l’estensione della piana. “Stiamo riportando la risicoltura che era presente prima della colonizzazione – spiega l’agronomo. – Se questi contadini potranno coltivare riso, grazie ad un’irrigazione costante della piana, saranno molto più competitivi sul mercato locale, e le loro famiglie smetteranno di soffrire la fame”.

Una carovana di giovani del villaggio si avvicina trasportando ciascuno sulla testa una grossa pietra. Le depositano ai nostri piedi e gli operai con mano ferma scelgono quali spaccare col martello per avanzare nella costruzione. I ruscelli sotterranei rossi come il rame lasciano intravvedere la loro abbondanza, in procinto di essere canalizzata. Avanzando per la piana si incrociano contadini al lavoro in alcune vasche già seminate a riso. “Abbiamo fatto un lungo lavoro per coinvolgere le comunità locali – sottolinea il giovane mediatore del gruppo – perché questo progetto è per loro, e devono sentirlo proprio, diventarne gli attori”.

Ci spostiamo in un’altra valle dove bisogna inoltrarsi a piedi su e giù per le colline. Il verde intenso del prato è sfregiato di continuo dalle vene di terra rossa. Poco più in basso pascolano le mucche guardianate da due bambini vestiti di stracci. Uno scavo appena fatto ospiterà a breve il tubo per rifornire diverse fonti d’acqua, di collina in collina. Andiamo a vederne alcune già realizzate, rubinetti d’acqua potabile resi accessibili nel bel mezzo della campagna. In tanti anni il Comitato ha creato 4000 fonti a beneficio di circa 2 milioni di persone. Presso una di queste, un crocicchio di donne e bambini è intento a fare il bucato. Per raggiungerli bisogna togliersi le scarpe ed entrare nell’acqua rossa del ruscello, sentendo il fango morbido avvolgere i piedi. È una sorta di liberazione.

I bambini hanno pance gonfie di fame. Dura la vita nei villaggi, le zone più devastate e isolate in un paese preda delle guerre post-coloniali da oltre cinquant’anni. A qualcuno conviene che sia terra di nessuno, per fare il proprio business depredando materie prime senza dover guardare in faccia nessuno, neanche uno di questi bambini. “Se c’è una cosa che continuerei a fare e rifare – mi aveva confidato padre Franco, che ha coordinato il Comité dal 1986 al 2002 – è proprio costruire fonti d’acqua per i villaggi. Quello è un tesoro che rimane e che va a servizio della gente più povera, cambia la vita”. Il Comitato, con questa conduttura in via di completamento, porterà l’acqua a 12mila persone in tutto. Mentre la risaliamo fino alla sorgente principale, scoppia il temporale e cominciamo a correre nel bosco. Le strade sono fiumi in pochi minuti, la macchina non avanza, anzi si pianta. Seguono ore di attesa nel villaggio più vicino, attorniati in breve da centinaia di bambini incuriositi.

Vivono qui nel nulla, ad anni luce dal caos della città, e si respira la tensione velata soprattutto nei più grandi. Non c’è la spensieratezza e la spontaneità che si incontra in zone simili di altri paesi africani. Qui c’è la fame, qui c’è la violenza, se il bianco non porta qualcosa di utile non si capisce cosa venga a fare. Lo spirito si è indurito, bisogna accettare l’imprevedibile. Prenderli per mano e farsi guidare a visitare il villaggio. Così ripartiamo dalla relazione più semplice, quella dei passi insieme, senza filtri, senza barriere di sicurezza, senza ansie e paure. Cambiare piano piano l’immaginario e ricreare spazi possibili di scambio.

Nel frattempo alla sede centrale del Comité Anti-Bwaki è quasi pronto il nuovo impianto fotovoltaico, perché lavorino e studino meglio i congolesi che progettano come aiutare villaggi sperduti come questo, senza più spendere troppo budget nel generatore a gasolio. Era importante vederli, questi villaggi, misurarli con il corpo e con lo sguardo, per capire e raccontare. E credere in questa catena solidale che da molto lontano, contro ogni speranza, arriva davvero a cambiare qualcosa nel mondo, di piccolo, di grande.

(foto Giacomo D’Alessandro)


Reportage commissionato da SEVA for AFRICA onlus nel 2018

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.