Congo,  reportage

Missione Congo #7 – Una visione sul Kivu

Amani. Pace. Così è, se vi pare. Il silenzio è tale che si può ascoltare il rumore dei passisulle foglie del bambù, mentre lo sguardo sorvola lontano la superficie increspata del lago. Non stupisce che al tempo dei belgi questa città, Bukavu, fosse chiamata “la Svizzera africana”. Con il loro proverbiale gusto estetico e intellettuale, i gesuiti hanno saputo mantenere questa tenuta come un tempo doveva sembrare tutta la cittadina. Vialetti nel parco, panchine sulle rive del lago, cespugli fioriti e imponenti colonie di bambù. Le case di mattoni e intonaco chiaro, i porticati puliti, le aiuole curate finemente da numerosi giardinieri locali. Una visione. Un miraggio inatteso che cozza con la Bukavu devastata, le strade le persone fangose, lo smog tra le baracche accartocciate di legni e lamiere…

Ad Amani si viene a pensare, riflettere, elaborare; vengono le ONG a costruire alleanze e progetti; vengono le persone in ricerca per fare chiarezza dentro di sé, respirare un po’ di calma e di bellezza, per poi rituffarsi nella mischia. Sembrerà poco, così astratto e volatile rispetto ad altri progetti, eppure che nella baraonda del Congo martoriato esistano anche posti come questo, ha un valore aggiunto. Lascia spazio a qualcuno di fermarsi, di capire in profondo cosa succede, cosa ha senso fare, come e perché farlo. Soprattutto perché. Potersi nutrire anche pochi istanti della visione di questo placido parco, dà l’idea di cosa potrebbe diventare questa terra avvolta un giorno da pace, cura e intraprendenza. Cosa potrebbe offrire ai suoi figli. Come potrebbe addolcire l’animo e rendere inaccettabile la violenza e la violazione.

Il Centro si trova sulla punta dell’istmo di Muhumba. La struttura principale, con le camere per studenti, ospiti e ritiri, è circondata su un lato dagli orti, sull’altro da due case per l’accoglienza di gruppi. E se l’ospitalità è una forma di autofinanziamento, un intero edificio è stato pensato per accogliere a costo quasi zero quei gruppi di bambini, giovani e adulti provenienti dalle zone più disagiate della città, che possono godere del parco di Amani e svolgere le loro attività per un fine settimana. Tutto il resto, appunto, è parco sulle sponde del lago. La vista spazia su Bukavu da una parte e sul Rwanda dall’altra, così ordinato e grazioso rispetto al caos congolese. Passano le piroghe dei pescatori, passano i rapaci a caccia di pesci.

Una scaletta dà l’accesso al molo dove lavora a pieno ritmo la pompa: tira su migliaia di litri al giorno, non solo per la vita del Centro Amani ma a disposizione della gente e di tante altre strutture caritative. Uno dei servizi più preziosi, da oggi sostenuto grazie all’energia del nuovo impianto fotovoltaico, invece che dal costoso generatore a gasolio. Il costo del carburante è uno dei problemi principali di chi è costretto ad utilizzare generatori di corrente per far fronte alle decine di blackout della rete SNEL nazionale. Ma non è l’unico problema: ai gruppi elettrogeni va cambiato l’olio ogni 200-400 ore di funzionamento, a prezzi altissimi, ed eventuali pezzi di ricambio devono arrivare dall’Europa.

I pannelli forniscono corrente stabile e sicura a 220 volt, mentre la SNEL porta corrente variabile tra 290 e 160 volt, riducendo il tempo di vita degli apparecchi elettronici e delle lampadine. Un enorme problema in strutture grandi come il Centro Amani. C’è infine il valore dell’illuminazione notturna soprattutto per gli spazi esterni: genera un clima di sicurezza, ci dicono in molti, che in Occidente non possiamo immaginare. La notte è un luogo pericoloso, un tempo tabù per chi abita in una città del Congo. Troppe armi in circolazione, troppi gruppi violenti, troppa terra di nessuno.

(foto Giacomo D’Alessandro)


Reportage commissionato da SEVA for AFRICA onlus nel 2018

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.