Congo,  reportage

Missione Congo #4 – Migliaia di piccoli passi

Qualcuno dice che il sorriso dei congolesi non abbia pari. Al Centro Solidaritè è facile trovarne le prove. Si comincia dal cancello principale, dove stanno le cisterne da 20mila litri. Lì si radunano i bambini che prendono l’acqua per le famiglie, alcuni anche piccolissimi, e tutto diventa un gioco. Brocche, taniche, tappi: mentre attingono scherzano, si rincorrono e si fanno i dispetti. Alcuni si concedono un momento per sentire l’acqua fredda scorrere sulle mani. Non è qualcosa che abbiano in casa. Ed è bello avere un posto sicuro dove trovarne sempre di pulita. L’acqua viene tirata su da una pompa alimentata dall’impianto fotovoltaico. Rimane questo fermo immagine: bambini e bambine che si mettono in posa, fanno le smorfie, alzano i pollici, e le brocche piene. Lucide cisterne nere li sovrastano. Le grandi foglie dei banani ondeggiano tutto attorno, rinvigorite dalla terra bagnata, gonfia di piogge, porpora scura. Sono felici con poco, come in Occidente forse non siamo più capaci.

Il Centro Solidaritè è un bellissimo prato verde con alberi di papaia e avocado, su cui si sviluppano i locali della struttura di accoglienza. Nell’unico pianterreno, sul chiostro interno, si aprono le stanze dello studentato: i ragazzi in formazione per diventare missionari saveriani. Sono ventenni, provengono da diverse zone del Congo, e svolgono qui un lungo percorso per chiarire l’autenticità della loro intenzione, sotto la supervisione di un missionario esperto. In questo caso Pierre, cinquantenne francese, approdato a Bukavu dopo 12 anni a Kinshasa. Un uomo del fare e dell’ascoltare, capelli ricci e profondi occhi azzurri, ansioso di ambientarsi per dare il miglior contributo possibile non solo agli studenti, ma alla gente di Panzi, questa periferia popolare di quasi 100mila abitanti, due terzi sotto i 25 anni.

Alla Solidaritè c’è una grande sala polivalente per eventi e ritiri, che consente l’autofinanziamento mentre favorisce percorsi collettivi; c’è un campo da pallone, orti finemente curati e tanti spazi per lo studio. Attraversando uno stretto vicolo si raggiungono le scuole primaria e secondaria tenute dalle suore. Sono belle, ordinate, costruite in solidi mattoni rossi con uno spazio aperto al centro. Sul marciapiede fuori da una classe sono ammucchiate centinaia di scarpine sozze di fango. Nei giorni di pioggia i bambini arrivano così e bisogna correre ai ripari. Sopra un cespuglio stanno ad asciugare al sole sei o sette grembiuli bianchi della divisa scolastica, di qualche bambino che col fango ha esagerato. Nelle classi c’è pieno di sorrisi e di occhi curiosi. Cinquanta o più stretti nei piccoli banchi di legno, qualche foglio o un quadernetto a testa, la lavagna piena di eleganti lettere dell’alfabeto. L’aula informatica, fondamentale per i ragazzi delle superiori, funziona grazie ai pannelli fotovoltaici.

Terminiamo il saluto delle classi e degli insegnanti e poco dopo suona la campanella di fine mattinata. Si riversano nei cortili, scarpe o non scarpe, stringendo in mano le cartelline di plastica dove proteggere quel poco di carta che fa la loro cartella di scuola. Quando si vive in baracche, capanne e strade fangose, avere cura di un materiale così fragile non è semplice. Forse è destino di pochissimi, ma chi riuscisse a proseguire gli studi ha la possibilità di diventare una risorsa inestimabile per un paese nelle condizioni del Congo. E se a Bukavu languono ad oggi migliaia di laureati senza sbocco lavorativo, si riconosce immediatamente che sono giovani consapevoli e preparati: necessitano di un’opportunità, di una guida, di trovare coraggio per giocarsi tutto, in un paese dove opporsi al “regime” significa rischiare l’incolumità. Ma prima o poi, a forza di piccoli passi, diventano il futuro di una terra.

(foto Giacomo D’Alessandro)


Reportage commissionato da SEVA for AFRICA onlus nel 2018

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.