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Il Cammino dei Ribelli. Come nasce un cammino sociale

Un anno fa diventava pubblico il Cammino dei Ribelli, in val Borbera. Da allora già molte e molti lo hanno affrontato, come camminanti e come ospitali. Ma c’è un tempo precedente, necessario a questa apertura, fatto di sentieri in solitaria, di esplorazioni, di racconti e testimonianze. Un tempo in cui mi sono andato a perdere, nei giorni più desolati dell’anno, per boschi e mulattiere antiche, di rado battute, spesso facendomi strada con il falcetto. Di quel tempo ho raccontato alcuni brevi scorci, perché nei modi più strani è nato il cammino sociale di questa valle.


1. Pasqua e rinascita

“L’uomo che cammina è quel pazzo che pensa si possa assaporare una vita talmente abbondante da inghiottire perfino la morte.” (C. Bobin)

Quest’anno [2017] per vivere i giorni di Pasqua abbiamo scelto un cammino che ancora non esiste, ma che molti segnali indicano in incubazione per venire alla luce. Il cammino della Val Borbera, nel basso alessandrino. Una valle che non c’è più, una valle che sotto la coltre dell’abbandono c’è eccome, e ritrova piccoli semi di rinascita e attrattive straordinarie.

Abbiamo percorso un piccolo anello, che non esaurisce il cammino integrale, dormendo in tenda e ricevendo ospitalità. Le tappe sono state:

  • Persi-Rivarossa-Albera Ligure
  • Albera Ligure-Cremonte-Sisola-Borassi-Piazzo
  • Piazzo-Roccaforte Ligure-Lemmi-Monteggio-Persi

Grazie a Maurizio e Martina di Cascina Barbàn per averci accolti la prima sera, in un luogo magico che testimonia una scelta di vita e uno scorcio di rinascita possibile, diversa, antica e nuova.

Grazie a Paola e Daniele di casa La Grattaia per averci accolti la seconda sera, in un luogo sperduto tra boschi crinali e cime rocciose, rifocillandoci oltre ogni aspettativa.

Grazie ad Anna e Roberto di Casa dei Cedri per averci accolti la terza sera, nel momento sfinito dell’arrivo, offrendoci alloggio e il necessario per condurre la veglia di Pasqua.

Grazie a Gigi, Daria, Luca, Elena, Lorenzo, Alessia, Erica per aver camminato con me su sentieri e strade spesso inesplorate, tra cinghiali, daini, ramarri, per boschi, monti, crinali, ruscelli, attraverso borghi disabitati, chiesette sospese, antichi villaggi abbandonati e luoghi della memoria partigiana.

A scoprire ciò che siamo e ciò che vogliamo.

A meditare i temi della Pasqua: la liberazione da ogni schiavitù d’Egitto, la lavanda dei piedi come più alta forma di libertà amorevole, la risurrezione come speranza vivifica che offre una marcia in più per agire la vita, sapendo di fallire, ma che il fallimento non è l’ultima parola per chi confida.

A riveder le stelle di una valle che ha ancora molto da dire, e da rinascere.


2. Mani e piedi nella terra

Qualche giorno [2017] fa si è svolta in Val Borbera la quinta edizione di Boscadrà, una festa rurale suggestiva, intima ed essenziale. La organizza da alcuni anni il collettivo di Cascina Barbàn, due coppie giovani tornate alla terra con idee creative e visione del mondo, insieme ai ragazzi del Borberock Summer Festival. Sul pianoro della cascina, poco sopra Albera Ligure, oltre 400 persone si sono ritrovate in allegria, sedute sui prati o sotto qualche tendone, ad assaggiare piatti tipici e ad ascoltare musica dal vivo, cimentandosi con le danze popolari tradizionali al suono di piffero e fisarmonica. Arrivando da lontano, all’imbrunire, sembrava di scorgere un antico borgo come in una palla di cristallo: in un panorama scuro, di colli e boschi notturni, senza alcuna luce artificiale, spiccava al centro questo angolo di mondo allegro, gioviale, illuminato da file di lampadine appese tra una tenda e l’altra.

Le persone si sono portate una tazza per prendere da bere. Nulla di superfluo, nulla di stupidamente inquinante al Boscadrà. Il bagno è stato creato sopra una fossa biologica per trasformare tutto in concime per la terra. La notte un folto gruppo si è ritrovato alle 3.30 per una camminata notturna e silenziosa a vedere l’alba sul monte Giarolo, dove era previsto un concerto acustico. La mattina all’alba il sole ha ricoperto quasi 100 tende disseminate tra i frutteti della cascina. E la giornata è ripresa con una tavola rotonda sul camminare in Val Borbera, come prospettiva e realtà, come via di rilancio lento, naturale, sociale di una valle dimenticata.

Siamo in appennino tra Liguria e Piemonte. Una dimensione ricca di natura e storia, di arti da recuperare, di terre e cascine da ripopolare, di meraviglie da rendere accessibili, di racconti di declamare. Siamo in terre partigiane, e prima ancora feudali, e prima ancora liguri, ma sempre rurali, fino al grande abbandono del Novecento. Qui si può immaginare un “ritorno al futuro”, una rigenerazione di piccoli abitati, mai troppo distanti dalla vita culturale delle città, dove condurre una vita a misura d’uomo, a misura di comunità, senza isolarsi o chiudersi anche grazie alle nuove tecnologie, perseguendo la piena autosufficienza e sostenibilità grazie alle innovazioni. Ma ritornando a dedicare parte della propria settimana con le mani nella terra, con la testa sotto gli alberi, facendo fruttificare l’ambiente naturale per autosussistenza e commercio di prodotti unici, tipici, genuini. E consentendo ad un turismo lento ed immersivo la riscoperta del benessere che solo i territori perduti – quindi passati indenni dalle peggiori devastazioni – possono oggi ritrovare.


3. La memoria dei balli

Oggi sopralluogo sulla terza tappa del Cammino Sociale del Borbera. Sei ore di trekking da Albera Ligure a Cosola. Nel paesino di Teo in Val Borbera è nata la nonna materna di Jorge Mario Bergoglio. Qui un’anziana coppia mi invita in casa a prendere il caffè e mi racconta come si viveva quando non c’erano strade, macchine e neanche denaro. Mi spiegano dove imboccare le vecchie mulattiere oggi in disuso. Loro una volta le facevano anche di notte, per andare nei paesi dove si ballava. Oggi qualche giovane torna alla terra, ma la via del ritorno alla natura è ancora lunga e audace. Forse un cammino sociale può riportare a scoprire questa vita, questa pace, e incoraggiare chi è rimasto o ritornato, ad andare avanti, ad aprire prospettive condivisibili. Questa è la speranza di ogni mio passo.


4. Voci di ieri, di oggi

Da Cosola a Carrega passando per Daglio e il Mulino del Pio. Sopralluogo su parte della quarta tappa del Cammino Sociale del Borbera. Queste case furono sede del commando partigiano dell’alta valle. Una signora mi riporta i racconti di suo padre, quando di giorno si era costretti agli ordini dei nazisti e di notte si aiutavano i partigiani. Un’altra mi spiega come raggiungere un borgo abbandonato nel folto della foresta, dove nacque sua nonna. A Daglio una coppia mi invita a pranzo, mentre mi racconta che il vecchio mulino negli anni cinquanta produceva energia elettrica per tutti. Tre uomini su un carro ripongono la legna per un nuovo inverno. Una signora rumena aggiusta la recinzione dell’orto, mi saluta con un sorriso. Dice che è bello qui, è contenta di aver trovato casa. Cadono poche gocce da un cielo che abbaia ma non morde. E come sempre il vento fa il suo giro.


5. Crinali dimenticati

Ieri sopralluogo sulla sesta tappa del futuro Cammino Sociale della Val Borbera, tra Dova e Borassi passando per Gordena, Canarie, monte Bossola, Vergagni, Montemanno. Quasi 20 km di dolce saliscendi con i colori che il sole di questa stagione sa regalare.
Grazie a Irene e Roberto compagni di cammino.
A piccoli passi tracciamo un semplice e ambizioso progetto collettivo per ricucire e riproporre una valle sorprendente.

Il progetto è quello di sviluppare e promuovere un cammino sociale in Val Borbera, ovvero un itinerario da percorrere a piedi in 7 giorni, studiato per fare incontrare al camminatore non solo le bellezze paesaggistiche e storiche, ma anche le realtà virtuose che abitano (ancora o di nuovo) la valle: cascine, associazioni, realtà culturali, singole persone che valorizzano un rapporto sostenibile con l’ambiente ed un amore per le storie che la valle sa raccontare. Quelle realtà che resistono e rilanciano aprendo prospettive di un futuro possibile, e migliore.
Il cammino sfrutterà sentieri esistenti e vecchi sentieri recuperati, incontrerà paesi e borghi, si appoggerà alle strutture ricettive ma consentirà anche la sosta in tenda. Sarà accessibile e non solo per esperti del trekking, percorribile in tutte le stagioni dell’anno. Racconterà storie del mondo contadino, delle battaglie partigiane, dei castelli feudali, delle ere geologiche. Sarà un incontro con la purezza sacra del torrente Borbera. E infine, sarà presentato e promosso attraverso una narrazione precisa, unitaria, tematica, per intrigare e attrarre non solo chi cammina per camminare, ma tutti coloro (e in Europa sono sempre di più) che riscoprono i cammini come strumento di conoscenza profonda, vitale, esistenziale dei territori a passo lento, immersione in un altro modo di vivere, esperienza di piacere e di impegno che segna e arricchisce la propria vita.


6. Emigranti e partigiani

Stiamo continuando i sopralluoghi sul tracciato del futuro Cammino Sociale che attraverserà la Val Borbera in 7 tappe. In questi giorni abbiamo camminato dal paese di Teo, poco sopra Cabella, luogo natale della nonna di papa Francesco, fino a Cosola in alta valle, passando per Piuzzo ed i suoi campi dorati dal sole.Si ritrovano boschi silenziosi, versanti immacolati, argentati dall’inverno, dove si aprono splendidi scorci del crinale innevato sullo sfondo. I daini restano sorpresi dall’incedere di insoliti viandanti fuori stagione. Sulla via del ritorno, all’imbrunire, l’orizzonte velato di rosso regala inconfondibile l’icona del Monviso.Il giorno seguente mi sono rimesso in marcia, questa volta dal Ponte di Pertuso dove combatterono i partigiani, cercando un passaggio leggero nel greto del torrente Borbera grazie al quale costeggiare Cantalupo e tirare su fino a Rocchetta Ligure. Il mattino era una coltre di gelo che immortalava il paesaggio. Le pozze sopravvissute alla siccità erano specchi di vetro soffiato.E noi, un pezzo per volta, ricuciamo tra loro vecchie mulattiere, sentieri e paesi, accorgendoci con meraviglia di come questo cammino possa davvero nascere, per raccontare le sue storie di ieri e di oggi.


7. Un eremo sull’Antola

Per proseguire i sopralluoghi sull’itinerario che andrà a costituire il futuro Cammino Sociale della Val Borbera, nelle feste natalizie abbiamo organizzato due giorni di cammino e convivialità con alcuni amici e collaboratori. Abbiamo raggiunto in auto il colle di San Fermo da cui siamo partiti per il monte Antola, in una giornata soleggiata ma ventosissima. Senza ciaspole, su tratti di neve indurita o di prato, siamo saliti su una delle strade meno battute (sentiero CAI 200) per arrivare sul monte simbolo dei genovesi, da cui si vede il sole risplendere sul mar ligure. Una salita di circa 3 ore e mezza coronata da un bel pranzo in compagnia, tra abitanti della valle e cittadini amanti della sua natura.

Alcuni di noi si sono fermati a dormire al Rifugio, gestito da una giovane coppia, Federico e Silvia, molto accogliente e cordiale, con cui abbiamo trascorso la serata (il rifugio era tutto per noi) tra chitarra, giochi da tavola, dolci e racconti. Avevamo trascorso le ore del tramonto sulla vetta ad ammirare i giochi di luce sulle nuvole e il mare, leggendo brani di romanzi e sentendo il rumore dei passi sulla neve, nel grande silenzio sospeso della cima. La mattina siamo ripartiti dalla Sella Est dell’Antola scendendo sul crinale di un incantevole bosco innevato di nuovo verso il cuore della Val Borbera. Sella Banchiera, villaggio di Croso, e giù fino al gelido mulino sul ruscello gorgogliante. Senza incontrare anima viva abbiamo smarrito parte della salita ai borghi abbandonati di Reneuzzi e Ferrazza, inerpicandoci nel bosco fino a riemergere a Casoni di Vegni con le sue architetture suggestive. Un rapido pranzo al belvedere di Vegni e abbiamo raggiunto il paese. Da qui l’esplorazione non si è fermata: siamo scesi sul ripido sentiero che raggiunge il mulino di Agneto, perfettamente conservato, e con la difficoltà di qualche guado del fiume gelido, a causa di parti di sentiero crollato con le piene, ci siamo immessi sulla strada per il paese Agneto. Di qui una lunga strada in salita attraversa una parte di ripido bosco isolata dal mondo e ci ha permesso di tornare al colle di San Fermo, alla macchina.

Una due giorni sui sentieri che collegano la Val Borbera al Monte Antola, pochissimo battuti, con una splendida tappa al rifugio, soli, come in una sorta di eremo invernale dorato dal sole sulla neve e sui boschi ocra…


8. Alberi infranti, alberi bianchi

Due sopralluoghi in solitaria mi hanno portato il primo giorno sui sentieri tra Vignole, Stazzano e Borghetto, in bassa valle, e il secondo giorno sui sentieri tra Daglio, Cartasegna e il monte Carmo, in alta valle. E’ una stagione particolare per camminare da soli. I boschi e le cime sono pervasi di una calma irreale, la natura stessa è viva ma sopita, come imbalsamata in attesa di un’altra primavera. Si ha l’impressione di aggirarsi in un mondo senza tempo e senza intrusi, invisibile ai grandi dilemmi del mondo, così sperduto da poter accogliere, forse, nuovi inattesi germogli di creatività e di umanità, segni di futuri diversamente possibili. Ma si affronta anche il crinale interiore della propria desolazione.

Il primo giorno, in bassa valle, ho dovuto rinunciare ad effettuare la tappa Vignole-Borassi. I sentieri, compreso l’Anello Borbera Spinti n.200, sono devastati dagli alberi caduti a causa del cosiddetto gelicidio. Questo fenomeno meteorologico ha colpito a dicembre tutta una determinata fascia altimetrica, causando il violento spezzarsi a metà di tantissimi alberi. In certi boschi sembra non ce ne sia uno salvo. Anche i sentieri più battuti e puliti, li ho trovati impraticabili. Servirà un enorme lavoro di taglio e rimozione per consentire il passaggio. Ho rinunciato, allibito, dopo una lunga salita da Vignole Borbera a Bocca del Lupo, dove si incrocia il sentiero 200, che ho percorso per un tratto in compagnia di due veterani, Silvio del CAI di Novi e Giovanni della Provincia di Alessandria. Ho faticato persino a tornare indietro per la mia stessa strada, dovendo strisciare decine di volte sotto i tronchi accatastati per metri e metri sulla traccia, facendo attenzione a non perdermi, dovendo aggirare spesso fuori sentiero i passaggi più impenetrabili. Il bosco era una ragnatela di artigli spezzati, di giganti frantumati a metà, contro ogni estetica naturale e ogni speranza di redenzione. Un vero devasto…

Il secondo giorno sono partito dal paese di Daglio, sopra il Ponte delle Bocche dove nasce il Borbera, con l’obiettivo di ritrovare un’antica strada che portasse a Cartasegna e poi su al crinale 200, in zona Poggio Rondino, pendici del monte Carmo. Due anziani taglialegna, uniche anime vive che ho incrociato arrivando al paese arroccato di Cartasegna, hanno saputo darmi quelle poche fondamentali indicazioni di massima perché potessi orientarmi nella lunga salita verso i crinali, unica zona rimasta innevata perché sopra i 1200 metri. L’estrema solitudine e il senso ancestrale di questi luoghi mi ha avvolto facendomi sentire a mio agio, in una natura dominante, capace di regalare ad ogni passo scorci e dettagli fascinosi. Alberi dalle forme viventi, sassi muschiati da tempo immemore, ruscelli vocianti e fragorosi, orizzonti alti di chiome imbiancate. Ho sostato pochi minuti presso un’antica stalla abbandonata, un vero balcone sulle vallate, dove ancora si potevano indovinare qualche fascia coltivata e i canali di raccolta dell’acqua.


9. Il tempo di accogliere

Nelle ultime settimane ho vissuto giorni densi di incontri e colloqui in Val Borbera, con tanti passi avanti nella costruzione del Cammino Sociale. Si parla con i Sindaci e gli Assessori, si parla con gli albergatori, si parla con le realtà virtuose e associative conoscendole poco a poco. Gli ultimi giri mi son costati circa 100 km in bicicletta, senza contare quelli a piedi, ma percorrere gambe in spalla questi luoghi è il solo modo che mi pare valido di conoscerli e sentirli a fondo. Me l’hanno insegnato i veterani del Parco d’Abruzzo, che solo così ci si prende cura di un territorio naturale.

Proprio un anno fa portavo in valle questa idea del Cammino Sociale, di riscoperta lenta del territorio e delle sue affascinanti storie, non immaginando di trovare tante relazioni, affinitá e collaborazione. Tanto fermento in varie forme che dà speranza, “per chi viaggia in direzione ostinata e contraria”. C’è ancora un po’ di lavoro da fare prima che il cammino sia “lanciato” online, percorribile e attrezzato. Ma i pezzi si stanno componendo, e il tempo speso nel tessere relazioni, complicità, e nel vivere sulla pelle i boschi, le strade, i paesi e i torrenti, non è tempo sprecato: sta anzi rendendo sempre più realistico e accogliente questo progetto di trekking sociale. Lo sta cucendo nelle vite e nelle prospettive di tante persone che in Val Borbera e nelle valli contigue si “sbattono” tutti i giorni per fare cose belle. Se i camminatori troveranno un territorio accogliente sarà anche grazie a come i suoi abitanti vivranno e sentiranno l’intento di questo cammino.

A maggio è partita la newsletter che con cadenza mensile terrà informate sui progressi tutte le persone che ne hanno piacere. E quanto prima il cammino avrà un nome, un simbolo, un sito, una guida cartacea e una segnaletica su tutti i 120 chilometri della sua estensione. Il suo valore è rimarrà sempre quello di far emergere le storie significative e appassionanti – passate e presenti – della Val Borbera, così da incoraggiare chi la abita ad andare avanti in direzioni positive, umane, essenziali. Ma anche di farla conoscere in tutte le sue altre iniziative e opportunità, anche quelle che il cammino non tocca direttamente, per suscitare nuovi desideri di venire a vivere questo luogo particolare.


10. Perduti villaggi di pietra

Il Cammino Sociale della Val Borbera passerà sotto il simbolico Monte Antola, ma su uno dei suoi versanti meno conosciuti: la splendida valle dei Campassi. Qui si possono ammirare tre borghi abbandonati in un ambiente naturale soleggiato e selvaggio. Sono i vecchi paesi di Casoni, Ferrazza e Reneusi, noti per alcune architetture ancora integre come l’oratorio di Reneusi, e per le vicende che ne segnarono l’abbandono negli anni Sessanta, o il parziale recupero oggi nel caso di Ferrazza.

Siamo a circa 1000 metri di altitudine, su un sentiero che circonda a mezza costa la valle e che immerge il viandante nella brezza di ampi faggi, querce e castagni. Di fronte, sull’altro versante, il Monte Buio dal nome più che azzeccato. Da Vegni, tappa di provenienza, si opera davvero un viaggio a ritroso nel tempo, con la panoramica sella dei Campassi a fare da spartiacque tra un mondo perduto ed il nostro. E’ un cammino di soste, di silenzi, di storie. Racconta senza bisogno di tante parole la civiltà contadina e pastorale di un tempo non troppo lontano, le fatiche di una vita sospesa tra i crinali, le prodezze della perseveranza di un popolo. Ma è anche un percorso che invita al rispetto per le testimonianze del passato, allo studio e alla memoria, finanche a interrogarsi su chi siamo oggi, e a cosa ci chiamano questi luoghi da riscoprire.


11. Vecchie vie d’alta valle

La tappa che abbiamo costruito in alta valle con i preziosi consigli di due veterani del CAI di Novi Ligure, Silvio e Guido, recupera alcune vecchie strade di grande fascino, parte di quella viabilità antica (e perduta) che racconta un’altra epoca precedente alla nostra. Ho esplorato questa tappa in solitaria, un giorno di maggio, partendo dal borgo di Daglio. Imboccando la vecchia strada che conduce al paese incastonato di Cartasegna, sembra di perdersi. Eppure il sentiero è lì, non risulta su cartine e mappe escursionistiche ma è intatto, aperto e soleggiato. Cartasegna sembra scolpito sul fondo di una valle nascosta, invisibile, ed è un paese in ripida salita, con molte case in pietra.

Scendo al fiume che rumoreggia gonfio delle piogge primaverili, e trovo un ponticello romanico affollato di mamme e bambini che scorrazzano nell’acqua. Il ponte mi immette su un’altra vecchia strada, a tratti più selvaggia, che scavalca la collina boscosa raggiungendo gli ultimi tornanti prima di Carrega, il più grande comune dell’alta valle. Connio, borgo famoso per il “giro” con piffero e fisarmonica tradizionali delle 4 province, è una lingua di casette chiare sdraiate sul costone come farebbe una frana nel tempo. Subito dopo sono a Carrega, con le sue sedi partigiane, il Comune impegnato nella realizzazione del Parco dell’Alta Val Borbera, e la grande chiesa isolata poco sotto il castello, o quel che ne rimane.

Mangio qualcosa in silenzio, poi proseguo, affiancando il passo ad una coppia di origini calabresi che vive qui da decenni. Mi accompagno chiacchierando con loro di sentieri, scorciatoie e animali, fino all’ultimo paese in fondo alla vallata, dove la strada si fa sterrato ed entra nel bosco profondo. Solo così si raggiunge il borgo abbandonato di Chiapparo, uno dei meno conosciuti e devo dire dei più integri. Un’altra mezzora di cammino e sbuco dal bosco sulla strada che raggiunge Vegni, a 1000 metri di quota, con il paese vecchio costruito nella zona più umida per lasciare le terrazze esposte al sole alla produzione agricola di sussistenza. Mi raccontano che qui si coltivasse il riso, oltre alle consuete patate e castagne. La vista dal paese nuovo è spettacolare. In basso, di fianco al cimitero sospeso sul rio dei Campassi, pascolano liberi cavalli lucenti. Che bello sarebbe proseguire il viaggio insieme a loro, portati tra i segreti delle valli perdute mentre cala la notte, e si alza la luna.


12. Il mestiere delle castagne

La settima tappa del Cammino Sociale comprende il giro degli essiccatoi e il borgo di Grondona. Con Maurizio e Giorgia l’abbiamo esplorata verso la fine di giugno partendo da Arquata e immergendoci nei folti boschi soleggiati che ricoprono i crinali di bassa valle. E’ un mondo suggestivo, così vicino alla “civiltà” e alle arterie stradali quanto selvaggio e misterioso, poco battuto, quasi dimenticato. A tratti in cima ad inattese radure si scoprono cascine fuori dal tempo, piccoli santuari o capanne di caccia.

Gli essiccatoi rappresentano qui nella veste meglio conservata (grazie a recenti restauri ed ai pannelli didattici) il cuore di una civiltà contadina che sembra scomparsa, ma non è perduta. Quintali di castagne di cui questi boschi erano letteralmente coltivati venivano qui ammassate ed essiccate con il fumo, per purificarle da vermi e insetti e poterle poi conservare a lungo, in attesa di farne soprattutto farina, olio ed altro sostentamento per le famiglie contadine.

Un contatto importante con i tesori che il bosco contiene, e che non troppo tempo fa chi conduceva una dura vita da queste parti sapeva con saggezza valorizzare in ogni loro aspetto. La natura madre, come ci insegnano gli indigeni di ogni latitudine, e non quel mostro inospitale e ostacolante che ci ha additato una idea dominante di “progresso”.


13. Donne, radici e memorie

“Una volta qui era come un giardino” mi dice la signora Maria, 86 anni, nata e vissuta nel minuscolo borgo di Centrassi. “Ora è triste vedere tutto abbandonato. Ho dedicato la vita a tenere questi campi, i boschi, i sentieri…”. E’ tenera e minuta, una memoria vivente dei mutamenti del mondo. “Qui campavamo con quello che produceva la terra. Dovevamo comprare soltanto olio e sale, il resto lo facevamo noi. Grano, patate, ortaggi, latte, uova, formaggio. Ho provato anche io ad andare per l’inverno a servizio presso i signori di Genova, come si usava per le donne di qui. Ma non mi trovavo. Il mio posto era qui con la terra.” Mi racconta mentre con le mani sottili pulisce i fiori nei vasi sulla scala di casa.

La signora Cicci è un po’ più giovane, ma ha visto la guerra. Lei e il marito mi offrono un bicchiere d’acqua e di fermarmi a pranzo con loro. Racconto che sto recuperando vecchi sentieri, vecchie memorie, per aprire un cammino sociale e ricreare una trasmissione tra generazioni. Tra chi vive qui e chi arriva da fuori. E chissà, suscitare qualche voglia di ritorno all’essenzialità e alla bellezza di questi luoghi.

Ha visto la guerra la signora Cicci, aveva 8-9 anni. “Noi siamo di Genova ma eravamo sfollati qui, dai parenti”. E anche qui arrivò la guerra, con i partigiani che cercavano di scongiurare l’occupazione nazista. “Quando passava una banda partigiana mia madre metteva sulla stufa un pentolone di acqua bollente per lavargli i vestiti, a quei ragazzi, tutti pieni di pidocchi a causa della vita all’aperto. Ma quando ci furono le retate dei nazifascisti, ho visto in due occasioni mia mamma essere messa al muro. Poteva morire da un momento all’altro, davanti ai miei occhi. Io non credo che voi giovani possiate capire. Ma quando oggi vedo al telegiornale quelli di Casapound che fanno il saluto fascista, mi si torcono le budella dalla paura. Perché io ho visto. Io ricordo cos’è stato”.


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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.