Congo,  reportage

Missione Congo #3 – La cura per non crollare

Lassù oltre le case svettano ancora degli alberi. Una rarità visto quant’è prezioso il legno per costruire baracche, scaldarsi e cucinare. Perché anche in Africa fa freddo, se sei a 2600 metri di altitudine, nella regione dei laghi e in stagione delle piogge. Svettano gli alberi in cima alla collina su cui si estende il quartiere Kadutu, a Bukavu. Un mondo in salita, senza strade e senza macchine, solo baracche una sopra l’altra scavate nella terra rossa argillosa, che da fango diventa polvere e da polvere ritorna fango. Da giù, dalla strada-mercato si attraversa il canale di scolo su un improbabile ponticello di bastoni, si rasentano i baracchini dove mercanteggiano farina e legumi, per intraprendere la ripida salita che non è una strada nè una scala: pare uno scivolo di terra tra le case. Passano i congolesi, passano di continuo. Studenti, bambini, anziani, madri e figlie. Molti ci tengono ad uscire con le scarpe lucidate, nonostante li aspetti fango e sporcizia. I pagne, le stoffe variopinte che indossano le donne, gettano pennellate di allegria in un mondo rosso e grigio.

Quasi in cima si trova il dispensario delle suore. Una struttura recente, in mattoni, protetta da un muro di cinta. È dedicata soprattutto alle maternità (fino a 4 parti al giorno) e alle vaccinazioni, ma distribuisce anche medicine e visita circa 1000 malati al mese. Dal tetto di lamiera si gode una vista panoramica sul quartiere e sulla città bassa. In alto, sul crinale, svettano gli alberi; e ancora dietro lo sguardo si perde tra le foschie che rivelano le montagne e le foreste.

L’impianto fotovoltaico riflette il sole che fa breccia tra le nuvole. È stato portato su a mano con la manodopera locale. Grazie a questi pannelli si genera l’energia per l’illuminazione, i macchinari per le maternità, il laboratorio con gli strumenti d’analisi, la sterilizzazione e il frigo per medicine e vaccini. Ma l’energia è tanta da alimentare anche la pompa dell’acqua, di cui beneficia oltre al dispensario la vicina scuola primaria e secondaria. 1800 alunni sospesi quotidianamente su piattaforme di legno puntellate nella terra scoscesa e franosa. Se la scuola ha un’aula informatica operativa si deve ai pannelli, perché qui la rete elettrica non arriva per nulla. La strada un tempo efficiente è oggi un colabrodo di buche e smottamenti, e rende ulteriormente difficile evacuare casi urgenti dal centro medico verso strutture più grandi.

Un sistema Paese che non riesce a garantire sanità e istruzione gratuite genera un contesto sociale di insicurezza e abbandono. In una città con quasi 3 milioni di abitanti, inurbati senza alcun piano regolatore, si tocca con mano la confusione che ne deriva. Garantire i diritti, soprattutto dei bambini, delle donne e dei malati, sembra utopia. Per questo è una piccola rivoluzione che in un quartiere periferico e inaccessibile come Kadutu sorgano un centro di salute e una scuola. Raramente è l’ente pubblico a portarli, quanto l’iniziativa di associazioni, ong e missionari, che in seguito lo Stato convenziona, senza però fornire praticamente nulla del necessario al sostentamento. La regione del Kivu ha subito negli ultimi anni diverse ondate epidemiche. Da colera e tifo, causate dalla situazione igienico-sanitaria e dalla mancanza di acqua potabile controllata, fino al famigerato virus ebola particolarmente recidivo in questa regione. Per non parlare della diffusione dell’AIDS.

Ma oltre i nudi numeri e le cronache da telegiornale, questa storia sofferente è inscritta negli sguardi duri ed esasperati di molti abitanti, anche a Kadutu. Nell’irritazione di una madre in fila per le visite mediche, che non capisce cosa ci facciamo a fare fotografie in un posto dove la gente non ha da mangiare. Nella fronte imperlata di sudore del bambino che risale la collina, portando sulla testa 20 litri d’acqua. Non ha neanche la forza di restituire un cenno di saluto. È la conferma umana che solo attraverso salute e istruzione un popolo ha la sua opportunità di uscire dall’impotenza. Solo così costruisce un argine alle voragini improvvise, alle frane esistenziali devastanti in balia delle quali si ritrova, come questa terra rosso sangue che da qualche parte, puntualmente, è pronta a crollare.

(foto Giacomo D’Alessandro)


Reportage commissionato da SEVA for AFRICA onlus nel 2018

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.