spiritualità

Il giovane ricco. Commento biblico sulla radicalità

Testo riveduto dell’intervento di Giacomo D’Alessandro al convegno della Fondazione Missio (CEI) ad Assisi, 28 agosto 2018.


Un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: «Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?» Gesù gli rispose: «Perché m’interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». «Quali?» gli chiese. E Gesù rispose: «Questi: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso. Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso». E il giovane a lui: «Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?» Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi». Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni.

Brano Mt 19, 16-22

Oggi vi propongo di riflettere sulla RADICALITÀ. Un aspetto delicato, che facilmente diventa pericoloso, e ne abbiamo infiniti esempi. Ma credo che IL RUOLO DELLE GENERAZIONI PIÙ GIOVANI SIA PROPRIO QUELLO DI OSARE LA RADICALITÀ, e in questo costruire gli adulti un rapporto di confronto, di correzione reciproca, di incoraggiamento, a volte di rottura (è sano anche questo). Ho scelto senza dubbio il brano del giovane ricco non perché mi senta di poterne dire grandi verità, ma perché questo brano sento di starlo vivendo, io e tanti altri della mia generazione, in questi anni della storia.

Vangelo di Matteo. Matteo scrive agli ebrei, ricordiamolo sempre. Se non si fa attenzione a ricostruire le intenzioni e il contesto di chi scrive, si rischia quella deriva che in gergo si chiama “VIOLENZA EPISTEMICA” sul testo: gli si fanno le domande sbagliate, gli si fa giustificare quello che fa comodo a noi. Ed è quello che è avvenuto per secoli e che spesso avviene ancora oggi nelle comunità cristiane, per cui concedetemi questa parentesi visto che siamo qui per riscoprire il senso della Parola nella nostra vita: abbiamo tutti bisogno di un sostanzioso aggiornamento biblico sull’interpretazione di tantissimi brani. Perché la disciplina dell’ermeneutica biblica si è evoluta perlopiù negli ultimi 80-100 anni, e ha ridato un senso più preciso ai testi. A volte c’è da rimanere scandalizzati, da quanto è cambiato il senso di brani o di frasi che consideriamo dei capisaldi. Chiusa parentesi.

Altra premessa per accostarci al brano. Avere, come dice Carlo Maria Martini, la percezione che “le pagine bibliche parlano di me”, cioè mi svelano, sono uno specchio. (…) Dice qualcosa che io vivo, anzi mi spiega cosa mi sta succedendo. Perché molti giovani sono confusi, non sanno chi sono, hanno mille tensioni e pulsioni, non sanno ordinarle. Mentre le pagine della Scrittura con la loro ricchezza di umanità e anche con le figure che presentano chiariscono. “Riconosco qualcosa di me nel giovane ricco, in Pietro, in Davide”.

DOV’E’ IN ME IL GIOVANE RICCO? Mettiamoci sul brano con questa domanda. Non siamo monoliti, i bravi e i giovani ricchi, i credenti e i non credenti. La grande intuizione di Martini è che ci sia un po’ dell’uno e dell’altro in ognuno di noi; lì acquista valore il discernimento, “distinguere” per poter scegliere bene.

Questo brano appare nei tre vangeli sinottici, sempre con un PROTAGONISTA ANONIMO, il che vuol dire che è rappresentativo. Magari Gesù ha vissuto questa situazione decine di volte… E chi raccontava/scriveva il vangelo voleva dire alla sua comunità di riferimento che poteva immedesimarsi in questo “tale”. Così è per noi.

Siamo in piena predicazione pubblica di Gesù. Poco prima si dice che partì dalla Galilea, ed entrò in Giudea. E molta folla lo seguiva e lo interpellava. SIAMO PER STRADA, IMMERSI NELLA VITA, NON NEL CULTO. Si alternano domande, parabole, discorsi con i discepoli e con la folla, precisazioni, guarigioni. Rappresenta bene il mestiere di “rabbì itinerante” che Gesù aveva scelto di vivere. (E non era certo l’unico del suo tempo.) Le cose più importanti succedono nella vita, pensiamoci quando facciamo i nostri piani pastorali, o quando ci lamentiamo che “la gente non viene in chiesa”. Come ha vissuto Gesù?


Rileggiamo tutto il brano facendo il gioco “TROVA L’ERRORE”, perché ci sono parecchie cose che non tornano in queste poche righe.

«Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eternaEcco. Che cos’è la vita eterna?Che cosa gli sta chiedendo il giovane? A noi viene subito in mente l’aldilà. Gli sta chiedendo la salvezza dopo la morte? Alberto Maggi ci ricorda che Gesù non parla mai di vita eterna, solo in un paio di casi perché gli viene chiesto, e di solito chi lo chiede intende un premio futuro per la sua perfetta osservanza religiosa. Quindi già qui c’è una domanda che non è molto chiara. Primo intoppo.

Secondo intoppo: Gesù gli risponde con un’altra domanda: Perché m’interroghi intorno a ciò che è buono? Che c’entro io, perché chiedi a me?Invece di rispondergli, lo rimbalza secco. Così sembra.

Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti.Quello gli ha chiesto come “avere la vita eterna” e questo gli risponde se vuole “entrare nella vita”, cosa tutta diversa. Lo riporta alla vita terrena. Terzo intoppo. E dice che bastano i comandamenti, la vecchia scuola.

E poi clamoroso: il giovane chiede «Quali?». Come quali??? Un giovane ebreo ortodosso e osservante, e non sa quali sono? Beh, in effetti ricordiamoci che l’ebraismo aveva sviluppato oltre 600 precetti (alcuni positivi alcuni negativi), tutte le cose minuziose da fare o non fare nel quotidiano per far piacere a Dio e fare la sua volontà. Per cui il giovane ha ben diritto a chiedere ad uno dei tanti rabbì: tu a quali mi suggerisci di dare importanza? Qual è per te la chiave corretta dell’osservanza?

E Gesù risponde: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso. Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso».Ok, qui c’è un doppio errore, ancora più clamoroso. Intanto c’è un comandamento che non è un comandamento, nella religione ufficiale. Ama il prossimo tuo è un precetto che compare nel Levitico, è Gesù ad elevarlo al rango di comandamento. Ma soprattutto…GESÙ CITA SOLO UNA PARTE DEI COMANDAMENTI. Mancano i tre sul culto a Dio! Siamo matti? Si poteva rischiare la pelle a quel tempo per una roba del genere. Come dice Maggi, “Gesù parla delle azioni che comportano un attentato alla vita dell’altro” e così facendo è come se aprisse “l’accesso alla vita eterna a tutta l’umanità”, non solo ai cosiddetti credenti.

P.S. Qui tra l’altro abbiamo i comandamenti nella dizione originaria, senza quelle distorsioni costruite nel tempo, tipo “non commettere atti impuri” che non risulta da nessuna parte…

Quando si dice onora il padre e la madre bisogna intenderlo come prendersi cura dei propri vecchi, che in una società senza alcun “welfare” sarebbero destinati alla povertà e all’abbandono. Va interpretato con ragioni di contesto, come quando Gesù dice che chi prende uno dei bambini di strada nella propria casa, accoglie Dio. La stessa origine ha il permesso della poligamia nelle origini dell’Islam: togliere donne dalla strada secondo le possibilità economiche di ciascun uomo.

Andiamo avanti con il gioco degli errori. Il giovane afferma: Tutte queste cose le ho osservate. Bum! Che faccia tosta dire una cosa così grossa. Quarto errore. Ma capiamolo, è come se volesse dire: lo so cosa mi prescrive la religione, io voglio capire “cosa mi manca” di più profondo, visto che sento una mancanza esistenziale. Insomma, Gesù gli ha risposto ma lui non è soddisfatto. E come fa spesso, sa vedere il bisogno autentico della persona che ha davanti, e gli dà una risposta più abbondante di quella che lui chiedeva. Non gli dice solo come avere la salvezza dell’anima in futuro, gli dice come sentirsi più completo, più pieno nel presente. Va, vendi, dai ai poveri, vieni e seguimi. PUOI NEL PRESENTE, ADESSO, OTTENERE LA CONDIZIONE DIVINA. Fai un gesto radicale per smettere di affidarti a dei beni materiali. “La tua sicurezza mettila presso Dio, donando a chi ha bisogno. E Dio diventa il garante della tua sicurezza” traduce con un’immagine più semplice Alberto Maggi.

La proposta non è di occuparsi della vita nell’aldilà, ma di dare tutto nella vita terrena, vivendo al modo di Dio, ed Enzo Bianchi ci ricorda che “Dio è colui che dirige il suo amore a tutti quanti, senza lasciarlo condizionare dalla condotta degli altri”. Gesù non parla di vita eterna dopo la morte, ma di “vita buona” (traduzione più comprensibile) tra gli uomini, entrare in una dimensione esistenziale che è talmente piena e valida da rendere irrilevanti le disgrazie della vita, persino la morte. UNA QUALITÀ DI VITA “INDISTRUTTIBILE”, IN QUEL SENSO “ETERNA”.

Ultimi intoppi. Il giovane finalmente ha la risposta “innovativa” per cui era venuto. E invece se ne va rattristato. Ma come?Perché aveva molti beni, come se la quantità di ricchezza fosse inversamente proporzionale alla possibilità di seguire Gesù. I versi successivi del Vangelo di Matteo ci raccontano un Gesù che commenta l’accaduto con i suoi discepoli, e ammette l’incompatibilità di fatto tra ricchezza e sequela. Questo ci apre il grande tema della radicalità di vita.


Cosa dice a me questa pagina biblica? Io sento di stare vivendo la condizione del “giovane ricco”, dove ricco non vuol dire carico di soldi o di beni (non è proprio il mio caso), ma che ha ricevuto tante possibilità culturali, sociali, economiche, in una classe media cresciuta in un benessere diffuso. E sento che attorno a me tanti si trovano in una condizione simile: la condizione di chi vorrebbe fare una scelta di vita radicale, e scopre di avere delle catene interiori verso un mondo, una società, un modo di vivere, molto più difficili da rompere di quanto non sembri. Quello del brano è un giovane benestante, questo ci dice di lui che non si è fatto da sé, che ha ricevuto più di molti altri, e che HA LA VITA DAVANTI, DEVE FARE DELLE SCELTE DI VITA. Allora chiede cosa gli manca. Si sente incompleto pur avendo osservato la legge. Gesù gli propone il gesto radicale: liberarsi di tutto, cambiare vita, farsi povero e affidarsi, mettersi in cammino come discepolo.

E’ un brano molto poco religioso, per questo è valido per tanti della nostra generazione, al di là del dato di fede. Anche se parla di comandamenti, riguardano la vita buona tra gli uomini. Anche se parla di vita eterna, intende una vita così incisiva che dà tutto, a perdere. E’ questo che ci scandalizza: SEMBRA CHE IL CRISTIANESIMO SIA UN MODO DI VIVERE RADICALE. Ci fa dire: non può essere così, chi si salva allora? E’ la stessa domanda chefanno poco dopo i discepoli a Gesù? “Queste parole sono dure. Chi può farcela?”. E lui non smentisce, non dice che in realtà è facile. Dice che nulla è impossibile a Dio. La chiave non è rinunciare, ma proseguire avendo fiducia. Ora sì che la fede appare come qualcosa di arduo, e non da persone deboli e ingenue.

Sotto questa domanda appare la paura che c’è in tutti noi: ma allora come si campa? Se non bisogna seguire l’accumulo dei beni, la difesa dei beni, come si sopravvive nella vita di tutti i giorni? Noi cresciamo con una cultura della sicurezza che ci viene passata da tutto quello che abbiamo attorno, a partire dai nostri cari. Il giovane ricco di ieri e di oggi, anche se si considera uomo di fede, È ANCORATO AI BENI CHE GLI DANNO PIÙ SICUREZZA, e si trova davanti un Gesù che gli dice: la pienezza non la raggiungi fino a che non lasci la sicurezza per andare dove ti chiede il Signore, fidandoti che lui provvede alle tue necessità. SIAMO FIGLI DI UNA CULTURA DELL’INDIPENDENZA, DELL’AUTONOMIA, dove l’obiettivoanche educativo che si trasmette ad ogni persona è che bisogna stare in piedi da soli. La via che propone Gesù evidentemente parte da un altro presupposto: devi aspirare ad una vita così libera e indifesa, capace di dare tutto a tutti, per sopportare la quale non puoi farcelada solo, puoi starci dentro in una relazione di fiducia col Padre.

IO MI SENTO UNO DI QUEI TANTI CHE TENTENNA, RATTRISTATO, PERCHÉ SI RENDE CONTO DI NON RIUSCIRE CON FACILITÀ A LIBERARSI DELLA VITA CHE FA. Beni, comodità,relazioni, abitudini, esperienze, potenzialità, risorse. Dovrei perdere tutto per diventare così libero da seguire il Signore? Di solito cerco le vie di mezzo: fare buon uso dei beni che ho, portare il Vangelo negli ambienti in cui vivo, restare in ricerca, farmi domande che inquietano. Coniugare la radicalità che mi arriva dal Vangelo con lo stile di vita in cui sono cresciuto. E forse è giusto così, ma devo avere l’onestà e il coraggio di farmi una domanda più radicale.


Nella mia vita ho tentato di fare due passi per inseguire questa prospettiva più radicale. Primo. Non ho mai dato la priorità alla ricerca di un guadagno. Non ho mai incentrato il mio tempo sulla ricerca di un lavoro, di una sicurezza, di un introito. Pur cercando di dare spazio ad alcune attività che fossero anche retribuite, ma non troppo vincolanti o strutturate, e solo quando ne condividevo davvero il senso e la funzione sociale. Il centro è sempre stato dove mi sento chiamato a dare una mano, perlopiù gratuitamente, perché ci credo, perché è un progetto valido. E poi quelle poche ore retribuite per avere il minimo per sostentarmi. Il secondo passo che ho fatto, ormai 5 anni fa, è di fare vita comunitaria, con altri ragazzi, in uno spazio che non fosse “mio”, e che avesse un ruolo pubblico, sociale. Nel nostro caso una vecchia chiesa, con il bisogno di essere rilanciata e di offrire i suoi spazi ad accoglienze, progetti, associazioni, aggregazione giovanile, proposte ecclesiali alternative. [cfr Centro Banchi a Genova, ndr]

Insomma, ho cercato di sperimentare, in modi non strutturati e spontanei, un modo diverso di “lavorare” e un modo diverso di “abitare. Riducendo i bisogni e i costi, più che aumentando i guadagni e i beni. E così facendo ho potuto regalare la gran parte del mio tempo a tutto ciò – relazioni, progetti, percorsi, esperienze – che mi sembrava valido, significativo, liberante, costruttivo socialmente e spiritualmente.

ERA IMPORTANTE PER ME PARTIRE DALLA MIA CONVERSIONE, per poter testimoniare aimiei coetanei l’esigenza di una conversione collettiva. Partire da me, cambiare il mio sguardo sulla vita, essere credibile e non spettatore/opinionista. A partire da quello, il mio lavoro sulla comunicazione sociale ed ecclesiale è sempre stato di racconto delle realtàpositive e di denuncia delle ingiustizie strutturali. Vivere, abitare, raccontare, valorizzare. Non ho trovato formule definitive e “sicure”, appunto. So bene che la realtà mi chiama a cambiare, a migliorare, a cercare nuove formule e nuovi orizzonti. Ma se alla nostra età non sperimentiamo, quando siamo liberi di farlo? E non avrei potuto sperimentare senza la fiducia e le possibilità che ho ricevuto.

Il gioco si fa duro quando la prospettiva si allarga a tutta una vita, e quando sentiamo di voler vivere in mezzo alle persone, con una scelta laica (e magari con una famiglia), ma seguendo radicalmente il Vangelo. Lì si fa più “stronzo” che mai questo brano. Troppo difficile seguire Gesù, se è veramente così!!! Ci spacchiamo la testa sull’affermazione di Gesù: o Dio o “mammona”, che poi è la ricchezza/potere. (Un termine aramaico, mamon, che come dice Enzo Bianchi richiama proprio la fede, l’aderire con fiducia. Gesù deve averlo scelto proprio per rappresentare la ricchezza come una religione, la cosa in cui più facilmente l’uomo ripone fiducia). Spesso sentiamo commentare brani del genere con mille giustificazioni: in realtà è simbolico, non è proprio così radicale! Oppure: noi siamo già nella sequela, è rivolto ad altri, ai ricchi, ai potenti, ai non credenti! QUESTO BRANO PARLA A NOI OGGI. E ci rivela che sono pochi coloro cheveramente “seguono”Gesù. Tanti lo“accompagnano” senza imitarlo a fondo. Non basta guardarci attorno per vedere che è così?

SONO POCHE LE PERSONE CHE RISULTANO DAVVERO LIEVITO NEL MONDO, SALE DELLA TERRA. I più siamo gente in cammino: giovani ricchi, samaritane al pozzo, pescatori che rinnegano alla prima difficoltà, discepoli tentati dallo scagliare fulmini, seguaci convinti che con il pugno duro si afferma la fede… Farisei, zeloti, dottori della legge, che scelgono sacrificio e non misericordia. Questo brano ci costringe a non dividere il mondo tra cristiani e non. Tra bravi e meno bravi. Perché non siamo noi a poterci auto-definire“cattolici” o “cristiani”, dobbiamo perdere questa abitudine dell’etichetta come fosse una garanzia. “Da come vi amerete sapranno che siete miei discepoli”, sono gli altri a dire come abbiamo agito volta per volta nella vita. Noi possiamo desiderare di imitare Gesù, e come dice Sant’Ignazio, se non riesci a desiderare puoi cominciare col “desiderare di desiderare”. Ogni volta che agiamo nella vita, a seconda di come agiamo in quel momento, lì dimostriamo di avere fede e di seguirlo. Altre volte dimostriamo di avere poca fede. Altre volte lo rinneghiamo del tutto. Anche se siamo sempre noi.


Questo brano ci dice anche che GESÙ NON FA PROSELITI A TUTTI I COSTI. L’obiettivo non è il consenso attorno a lui, ma grazie a lui liberare la propria vita e renderla più dinamica, feconda, piena. Addirittura si schermisce dall’essere chiamato “maestro buono” o comunque diffida dal parlare di “azioni buone”, per non assolutizzare nulla e nessuno, fuorché Dio. Ripassa sempre la palla a noi, ci rende protagonisti delle nostre scelte.

Il biblista Giuseppe Florio inquadra la domanda giusta da farci a questo punto: “perché Gesù è stato così duro con i ricchi?”. Perché dovremmo essere radicali rispetto al tema della ricchezza e del potere, fin nelle piccole cose? (Chi è fedele nel poco, lo sarà nel molto…) Questa cosa lo distingue dagli altri rabbì della cultura ebraica, dove non si poneva questo problema. Una delle risposte possibili è che Gesù parla per contrastare una situazione socio-politica di diseguaglianza strutturale, che specialmente nella sua regione mette indisgrazia tantissime famiglie. Potrebbe affermare che ad escludere da Dio è la diversità, la malattia, la criminalità, la povertà, l’etnia, il sesso, la religione…e invece l’unica esclusività che pone è con la ricchezza. Questo ci dice un’altra cosa dell’agire di Gesù: SEMPRE ATTUALIZZARE SOCIO-POLITICAMENTE. L’URGENZA DEL REGNO, la vicinanza del Regno,nasce da qui. L’empatia con le persone, specie gli ultimi, nasce da qui. Non tanto dall’assisterli, dal colmare i loro bisogni, ma nel trovare terreni comuni di lotta per camminare insieme e liberarsi insieme.

Per fare un parallelo con la Chiesa di oggi, io penso che probabilmente LA CIFRA PIÙ RIVOLUZIONARIA E MENO COMPRESA DI QUESTO PONTIFICATO SONO GLI INCONTRI DEI MOVIMENTI POPOLARI di tutta la terra. Aprire processi, come dice il Papa in Evangelii Gaudium. Creare percorsi di liberazione perché la società non sia regolata dalla ricchezza, ma dalla dignità di figli di Dio per tutte e tutti. Se ne è parlato pochissimo, anche perché molti nel mondo cattolico penseranno: che ha a che fare questo con la fede e l’evangelizzazione? Questo è “vangelo”, ovvero buon annuncio. Gesù fa un buon annuncio. Il nostro buon annuncio come dovrebbe essere? “Annunciare il buon annuncio” è una tautologia. Dovremmo annunciare le cose che annunciava Gesù. La buona notizia agli ultimi.


Ancora: perché Gesù è così tranchant sulla ricchezza? Non si riferisce solo ai super ricconi. La verità del Vangelo è che non si è mai padroni dei propri beni, si diventa servi di essi. Gesù dice che UN RICCO DIFFICILMENTE ENTRA NELLA COMUNITÀ DEL REGNO, “perché per far parte della comunità di coloro che condividono generosamente si deve, a nostra volta, condividere generosamente. Gesù invita i credenti a farsi, volontariamente, TUTTI POVERI, PERCHÉ NESSUNO SIA PIÙ POVERO”, dice Alberto Maggi.

Dov’è il tuo tesoro, là sarà il tuo cuore. Anche se il tuo tesoro non è fatto di denaro, ma di comodità, riconoscimenti, passatempi virtuali… I beni ci corrompono sempre. IL GIOVANE COMODO, PIÙ SI ABITUA AD ESSER COMODO E PIÙ DIVENTA ALLERGICO, SPAVENTATO DALLA DIMENSIONE INCERTA, IMPREVISTA, CHE RICHIEDE LA SEQUELA DEL VANGELO, dove la logica non è dell’avere in cambio, o del pensare prima a sé, ma del “perdere” per amore. Non si possono avere due padroni, se si sceglie Dio si odierà “mammona”, ma chi rimane abituato a mettere prima mammona GRADUALMENTE FINIRÀ PER ODIARE DIO, NEL SENSO DI ALLONTANARE QUEL MODO DI ESISTERE che trova esempi nel Vangelo e negli Atti. Un parroco di Milano, don Paolo Steffano, racconta che vivendo diverse zone sociali di Milano ha toccato con mano che se una persona ha poco, ad esempio un migrante, ci mette poco a far venire lo zio, il cugino, la sorella, e mettere due materassi in più in cucina per far vivere anche loro. PIÙ UNA PERSONA SALE DI CLASSE SOCIALE, PIÙ RITIENE I SUOI SPAZI DA PROTEGGERE E SIGILLARE AD INVASIONI IMPREVEDIBILI. Magari ha due o tre case ma trova tutte le più lecite giustificazioni per non mettere a disposizione manco una stanza, per l’accoglienza di un “povero”. Forse non ha neanche relazioni di conoscenza con un povero di cui possa percepire la difficoltà.

Come dice il cardinal Piovanelli, “per impedire ad un uccello di volare non è necessaria una catena, basta anche un semplice spago”.

E’ L’AUTOSUFFICIENZA IL TASTO DOLENTE SU CUI SPECIE NOI GIOVANI SENTIAMO IL 7 CONFLITTO INTERIORE: NON È UNA COSA BUONA? PERCHÉ SEMBRA CHE GESÙ NON LA VOGLIA, COME CONDIZIONE PER SEGUIRLO? Qui ci spacchiamo la testa, e poi rinunciamo eci accomodiamo su qualche compromesso mentale per il quieto vivere.


Questo è a mio parere il dramma di una generazione, di quella parte di giovani che hanno ricevuto tutte le possibilità per fare molto a servizio del Vangelo, ma non trovano la via, la forza, la libertà per fare una scelta di vita radicale.

IL GIOVANE DEL BRANO È UN PORTENTO: bravo, interessato, diligente, ma anche inquieto,non statico, capace di avvicinarsi a Gesù. Il meglio (o di sicuro il meno peggio) della sua generazione. Cerca Gesù perché sa di non sapere, che saggio… Sente che gli manca la pienezza. E fa le domande giuste, ottiene la chiave di accesso a un livello ulteriore. Si rende persino conto che non ce la fa, invece di peccare in superbia o di mentire. Non riesce a uscire dal suo mondo vitale, e la sua tristezza è sincera. Cosa avrà fatto dopo, noi non lo sappiamo. Ma è probabile che questo seme innaffiato da Gesù abbia continuato a mettere radici, e in qualche modo lo abbia avviato su una via di graduale conversione. Sarebbe bello pensare così. Un ragazzo straordinario: e quanti ce ne sono, quanti ne conosciamo, quanti ne vediamo nei nostri ambienti. Io mi accorgo di far parte di una generazione e di una rete di ragazzi effettivamente in gamba, ricchi di capacità, risorse, relazioni, esperienze, valori.

IL GIOVANE RICCO È IN TANTI DI NOI, FIGLI DEL BENESSERE, SE DICENTI CRISTIANI, INQUIETI DI FRONTE ALLE SCELTE DELLA VITA. E che nonostante tutto, spesso il passo vero non riusciamo a liberarlo. E ci stiamo male. Salvo poi abituarci presto, rassegnati, a inserirci in qualche posticino di lavoro strappato coi denti per ritagliarci una fettina di tranquillità anche noi. O ad avviarci a qualche carriera come è previsto dal nostro cursus, perché ormai ci siamo dentro. Perché è l’esempio che abbiamo ricevuto, è così che si fa, è questo che ci si aspetta da noi che diventiamo adulti.

Eppure sappiamo bene “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” per usare i versi di Montale. “Il ricco vive la beatitudine degli insoddisfatti, cui manca sempre qualcosa” dice Ermes Ronchi. Sappiamo bene che desideriamo appartenere a qualcosa, giocarci seriamente, ma tant’è LA QUOTIDIANITÀ PRATICA CI TRAVOLGE E CI SPINGE VERSO CASELLE PRECONFEZIONATE. Alla fine prevalgono i luoghi comuni, il si è sempre fatto così,il bisogna fare così per sopravvivere… Il compromesso diventa presto l’orizzonte medio comune, non ci se ne accorge nemmeno. Tutto ciò che sa di radicalità e di provvidenza viene presto abbattuto dal senso pratico di chi abbiamo attorno, in primis genitori e amici.

Siamo immersi in una vita e in una società troppo complicata da semplificare all’essenziale.

SIAMO AL PARADOSSO CHE FARE UNA VITA POVERA, NEL SENSO DI SOBRIA, ESSENZIALE, È DIVENTATO DIFFICILE DA REALIZZARE per lo standard in cui viviamo.


Parlo in questi anni con tanti giovani che si sentono così, che navigano a vista, chi più chi meno convinto, tra esperienze, tentativi, formazioni, lavoretti, volontariato, cammini, viaggi… Gli ambienti della chiesa, così come quelli dell’università o della scuola, così come l’intrattenimento superficiale, non bastano loro. Sentono che non basta. Sono iper-stimolati da fatti dell’attualità, della politica, del sociale, della creatività, delle tecnologie, ma IN TROPPI AMBIENTI I GIOVANI TROVANO SOLO SPAZI DOVE SI PARLA, SI CHIACCHIERA, SI COMMENTA. NON DOVE SI IMPARA AD AGIRE. Non imparano a generare azioni di disobbedienza civile. Non imparano a costruire fisicamente dei luoghi comunitari dove mettere i beni e le risorse in comune.

C’è un’enorme sfasatura tra la vita come prevista dal sistema sociale, e i valori respirati nel Vangelo e nelle testimonianze radicali. Giovani e adulti che hanno la capacità di interrogarsi e di percepire questa sfasatura, ne sono angosciati. LA VIA D’USCITA DEI PIÙ È DIVIDERE IN COMPARTIMENTI STAGNI: IL LAVORO CHE CAPITA, IL TEMPO LIBERO COME È D’USO, E POI QUALCHE SPAZIO PER LA FEDE, IL VOLONTARIATO, la riflessione. Le cose possono anche non toccarsi, ma ci danno l’illusione di incastrarsi tra loro, e che ciò vada bene così. E così “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago”.

Andate a leggervi la storia di CEDRIC HERROU, un contadino che vive sulla frontiera di Ventimiglia, e che da alcuni anni accoglie migranti in transito sui suoi terreni. Se può li aiuta a fare domanda d’asilo. Ha subito ritorsioni, processi, multe, invasione delle forze dell’ordine sulla sua attività lavorativa. Ma forse ha potuto reagire alla realtà che gli ha bussato alla porta, perché ha scelto di fare il contadino. Ha imparato a vivere con l’essenziale, ad avere poco da perdere, e quindi si ritrova di più da dare. Più di quanto forse potremmo fare noi dai nostri appartamenti privati. Un disobbediente in nome della civiltà, un esempio sotto casa nostra, un uomo piccolo che vive una pacifica radicalità.

Chiudo con le insuperabili parole del testamento spirituale del Cardinal Martini sullo stato della sua amata Chiesa, che definiva “indietro di 200 anni”.Il benessere pesa. Noi ci troviamo lì come il giovane ricco che triste se ne andò via quando Gesù lo chiamò per farlo diventare suo discepolo. Lo so che non possiamo lasciare tutto con facilità. Quanto meno però potremmo cercare uomini che siano liberi e più vicini al prossimo.


DOMANDA PER LA RIFLESSIONE

A CHI CHIEDO OGGI COSA MI MANCA?
CHI PUO’ RIVELARMI QUALCOSA DI ME CHE NON RIESCO A VEDERE, CHIUSO NEI MIEI GIRI CONSUETI?


Riferimenti ecclesiali nel testo

Papa Francesco – Card. Carlo Maria Martini – Alberto Maggi, servita – Enzo Bianchi, monaco – Card. Silvano Piovanelli – Ermes Ronchi, servita – Giuseppe Rizzardi, teologo – Giuseppe Florio, biblista – Ignazio di Loyola

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.