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Rocker di periferia – Mondo&Missione

Nella periferia di Lima padre “Chiqui” Mantecon lavora da 40 anni con ex gangster, carcerati, bambini e giovani. La gente lo vorrebbe sindaco di El Agustino. Ma lui preferisce vivere la strada, seminare cambiamento e lottare per una “ecologia integrale”.

“Io sono un amante del rock, e la prima cosa che ho fatto arrivando qui è stato creare un movimento musicale popolare”. Era il 1984. El Agustino, distretto di periferia nella parte est di Lima, era sorto negli anni ’40 con l’inurbamento massiccio di contadini e pastori provenienti dalla sierra. “Arrivavano, occupavano un pezzo di terra lottando contro le forze dell’ordine, e tiravano su capanne di bambù, col tempo rimpiazzate da mattoni e cemento”. Che padre Chiqui sia un rocker d’altri tempi si capisce facilmente, quando prima di cominciare la messa si fa prestare la chitarra del coro e in disparte accenna un blues. José Ignacio Mantecon (ma per tutti è “Chiqui”) è un uomo minuto, sulla settantina, sguardo intenso e voce gioviale. Una vita spesa tra le periferie urbane e quelle esistenziali. “Il nostro movimento musicale nel tempo è diventato molto importante, una marea di giovani hanno avuto la possibilità di studiare uno strumento e di cimentarsi in concerti popolari, tanto che il progetto è diventato presto autosufficiente”. Oggi si è aperta una fase ulteriore con il programma “Sinfonia per il Perù”, la formazione di un’orchestra sinfonica professionale di bambini e ragazzi delle periferie più povere. “Io penso che un bambino che impara a suonare il violino non potrà mai essere violento, per la sensibilità e la disciplina che sviluppa”.

La presenza dei gesuiti nel quartiere è un riferimento solido fin dal famigerato 1968, quando vennero ad aprire una parrocchia e si mescolarono di fatto alle lotte popolari per la terra, per l’acqua, per i servizi primari. Erano gli anni seguenti il Concilio Vaticano II, l’America Latina era tutta un ribollire di fermenti ecclesiali e sociali, di traduzione pratica delle novità del Concilio al servizio delle masse povere e oppresse, contro ingiustizie strutturali e disuguaglianze di ogni genere. Padre Chiqui spinge lo sguardo lontano rievocando quei tempi. “Una caratteristica di questo distretto era ed è la forte presenza del lavoro comunitario, delle associazioni di donne e di giovani… I gesuiti divennero un riferimento sociale oltre che religioso, e sentirono la necessità di creare una ONG di impronta educativa a servizio della popolazione”. Quell’idea originaria oggi si chiama Encuentros ed è un’organizzazione di solidarietà che lavora specialmente con bambini e giovani in situazioni vulnerabili, a Lima come anche in diverse zone del Perù.

“Sono tre, come i vertici di un triangolo, le dimensioni di vita di questa gente: la scuola, la famiglia, la strada. In esse si svolge tutta la vita di un bambino o di un ragazzo di periferia. Molti di loro hanno alle spalle famiglie con situazioni di abuso e di violenza tremende. Invischiate nel traffico della droga, o con il padre in carcere. Quando questi bambini vanno a scuola, cominciano ad avere problemi scolastici. Le scuole che si possono permettere non sono attrezzate per seguire ragazzi come loro, non hanno ad esempio uno psicologo. O cominciano a disertare la scuola, o vengono direttamente espulsi, perché sono “bambini cattivi”. Dove finiscono? In strada”. Quando si è accorto di questa realtà, padre Chiqui ha scelto di passare gran parte della sua vita nei luoghi dove vivono “gli scartati” del sistema, e trovare risposte insieme a loro. “Negli anni ’80 per esempio si concentrava in questo quartiere un grande numero di travestiti. Conoscendoli, ascoltandone i bisogni, siamo finiti per creare una comunità cristiana in cui trovassero voce e confronto. Mi ha aiutato moltissimo comprendere meglio persone che hanno prospettive diverse, un diverso modo di vivere”.

Ma l’avventura forse più incredibile riguarda il mondo dei pandilleros, della violenza giovanile, di cui El Agustino era uno dei centri nevralgici nella capitale. “Esistevano molte pandillas, bande violente che si contendevano il territorio con le armi, e con i morti… Avevo di fronte questa realtà e non sapevo cosa fare. Lentamente mi sono messo in relazione con alcuni ragazzi che cominciavano a temere per la loro vita, a ritrovarsi senza alcun futuro, e con loro abbiamo creato un’associazione di pandilleros. La Martin Luther King”. Due di questi ragazzi, Luis e Valentino, oggi hanno 35 anni, e sono loro a raccontare il miracolo. “I nostri amici venivano arrestati o uccisi, e noi ci siamo resi conto di dover uscire dal quel tunnel. Ci hanno detto che c’era un gesuita in gamba, che ci avrebbe aiutato. Con Chiqui molti di noi hanno deciso di cambiare vita, di mettersi a servizio del quartiere, di fare azioni riparatrici per dimostrare che potevamo essere protagonisti di una stagione migliore”. Luis da alcuni anni coordina un club sportivo che coinvolge quasi 300 tra bambini e ragazzi. E’ calcio sociale, si fa sport con esercizi che aiutano a ripassare le materie scolastiche, e l’accesso è gratuito grazie al sostegno della Fondazione Real Madrid. Valentino spiega come tutto sia stato possibile “grazie ad un commissario di polizia ben disposto verso di noi, che non ci ha trattato come rifiuti umani ma come ragazzi da salvare, e grazie a padre Chiqui, che è diventato nostro amico e ci ha incoraggiato a lavorare per il quartiere, a cercare di salvare i bambini dal percorso obbligato di violenza che avevamo subito noi”. Così i pandilleros non hanno perso la dimensione di famiglia e protezione che la gang ispirava loro, ma hanno riconvertito le loro energie e la voglia di protagonismo in chiave educativa. Chiqui sorride al pensiero. “Da altre bande vedendo quello che si faceva mi chiamavano per formare associazioni analoghe: spuntò la Nelson Mandela, la Tupac Amaru, la Che Guevara, la Gandhi… Questo realmente ruppe la logica di violenza che vigeva nel distretto”.

Senza tralasciare progetti di rafforzamento delle famiglie e della scuola, padre Chiqui con i confratelli gesuiti, i laici più sensibili e giovani volontari da tutto il mondo continua a sperimentare la strada come spazio di educazione e formazione. “Si tratta di offrire cose che siano attrattive, in cui i ragazzi si sentano bene, però con una mentalità formativa”, dice riferendosi al progetto delle Casitas, ludoteche disseminate negli angoli più degradati di El Agustino, dove i bambini vanno ogni giorno a giocare, dipingere, fare ceramica, seguiti però da figure specializzate. Con alcune persone si tenta un programma di educazione basica alternativa. “E’ sempre difficilissimo, assorbe molte energie, ma ci siamo convinti ad andare avanti quando un ragazzo già quasi trentenne, ex galeotto, immerso fino al collo in droga, alcol e violenza, ci disse che imparare a leggere e scrivere con noi gli aveva cambiato la vita”. Altre volte succede a ragazze rimaste incinte prestissimo, o a minori affidati dal tribunale, con il supporto di professori volontari che fanno accompagnamento psicologico.

Di nome e di fatto, Chiqui è un piccolo uomo. Sono i suoi amici che ne tratteggiano la portata, la fecondità. “Tutto ciò che ho appreso è grazie alla gente della strada. Si dice che i Gesuiti siano tanto studiosi, ma io faccio eccezione, penso di essere il primo gesuita che è stato ripetente” ironizza citando i suoi studi in Spagna. Tra i migliori professori di teologia annovera piuttosto le signore dei refettori popolari, un sistema di solidarietà nato spontaneamente nei periodi di crisi economica. “Una delle cose che mi hanno cambiato la vita è intendere le relazioni umane con una carica molto forte di compassione. Sono stato spesso accusato di essere buonista, di accettare tutti anche se non cambiano, anche se deludono le attese. A me non importa, mi basta provare a condividere i loro trascorsi, e sapere che l’importante è stare con loro. C’è una cosa che la società di oggi porta ovunque: la competitività, il risultato, l’eccellenza. Io credo che l’importante non sia tanto il risultato quanto la fedeltà. Quello che fai nel lavoro e nelle relazioni. Potranno esserci alcuni che conseguono risultati, però se cerchi quello, alla fine lavori solo con la gente che ti può corrispondere un risultato”.

In questo Perù costiero, desertico, polveroso, di cui Lima con i suoi 10 milioni di abitanti è espressione esagerata e inafferrabile, ancora aleggia il fantasma delle violenze recenti, tra il gruppo terroristico maoista Sendero Luminoso e le repressioni militari (e paramilitari) di Stato. Per Chiqui sono stati decenni gravosi, che hanno frantumato il senso di comunità così radicato nella cultura locale, a favore di una sindrome del sospetto. Si è presa abitudine a chiudere porte e case, a diffidare, a limitare le relazioni. “La guerriglia è cosa passata, ma ricostruire l’etica e la morale in questo paese costerà moltissimo tempo”, ammette pensieroso. A questo si sommano i danni di un progresso neoliberista sfrenato, che ha imposto un unico modello di sviluppo e generato enormi disuguaglianze. “Sicuramente abbiamo avuto progressi positivi nei servizi fondamentali, l’acqua, la luce, la sanità. Però questa tendenza al risultato, al consumismo, all’accumulo, ha significato in molti casi una rottura dello spirito comunitario. Il centro è l’individuo che deve conseguire tutti i suoi risultati con le proprie forze, il che è già falso, perché da solo non vai da nessuna parte. Questo sviluppo ha portato a una situazione molto complicata: ha compromesso le condizioni della terra, dell’acqua, delle foreste, e lo sviluppo integrale della persona, quella che Papa Francesco chiama l’ecologia integrale”.

Non è ottimista sulle vie d’uscita, teme che la politica sia troppo sottomessa alle grandi reti finanziarie, che non ci siano più vere opzioni politiche alternative, e che anche la rivoluzione della comunicazione digitale appiattisca e omologhi in realtà la cultura, così che non rimane spazio per qualcosa di originale. Guardandosi attorno a Lima come in gran parte del latinoamerica, molti segnali cofermano questo timore. Linguaggi e messaggi diventano appelli a consumare, la televisione abitua a immagini molto violente, il modello di benessere occidentale punta a mettere in cattiva luce la genuinità delle pratiche rurali e artigianali. “D’altra parte c’è un sommovimento di persone, di gruppi che vanno in altre direzioni, che si dedicano al volontariato, che vivono in modo differente… Questo dà speranza. Per questo stiamo lavorando tanto con i bambini, per costruire in loro visioni differenti, dal passato ma anche dal presente dominante”. E’ successo varie volte che la gente di El Agustino lo spronasse a candidarsi a sindaco. Lo racconta ridendoci su, come chi sa dare il giusto peso alla tentazione del potere. Sono ancora una volta i ragazzi che ha salvato a confidare quanto in realtà fosse stata forte (e lo sia ancora) quella pressione popolare, e quanto brutale il clima di intimidazione che i “poteri forti” del territorio avevano subito messo in campo per scongiurare la possibilità.

Alla sera, in una chiesetta col tetto di lamiera, solleva il pane e il vino facendosi aiutare da tre donne che animano la parrocchia. E’ un’immagine fortissima, di grande semplicità, di popolo, di condivisione essenziale dell’eucaristia come nutrimento per tutti. Tra le panche siedono numerosi personaggi il cui aspetto racconta una vita dura, una condizione di povertà, di disagio, ma anche di grande dignità. “La strategia di Gesù non si basa sull’adottare una posizione corretta, ma sullo stare in un luogo corretto, con gli emeraginati e i relegati. Gesù non fu un uomo per tutti, quanto un uomo con tutti” dice Chiqui. Non ama i grandi sproloqui sulla fede, confida con umiltà e passione quello che ritiene di aver capito nella sua esperienza cristiana. “Io non sono mai andato a cercare la gente. Ho scelto di stare in un luogo con un po’ di coscienza aperta, e i problemi che sono all’angolo della strada, prima o poi mi chiedono di mettermi in relazione. Quello che c’è da fare e come farlo l’ho capito insieme alle persone più impensabili. Loro mi hanno insegnato a vedere che la via per cambiare questo mondo era l’educazione, lo sport, il tempo libero, il lavoro, strumenti di sviluppo mentale. Per la gente di qui vedere che gli stessi pandilleros che incutevano terrore nelle strade, un bel giorno lavorano per la Festa della Madre o per il Natale dei bambini, ha cambiato la comunità. Credo che le esperienze positive possano influire tantissimo sulla vita dei ragazzi, aiutandoli ad affrontare i problemi che pesano su di loro. Evangelizzare in fondo è questo: lavorare con tutte le persone di buona volontà per cambiare le cose, agire il perdono di tutto a tutti, agire l’amore incluso con i nemici. Poi si vedrà insieme dove si arriva”.

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.