Congo,  reportage

Missione Congo #1 – Tra le capanne di Panzi

Solo aprire quel cancello di lamiera è già un’avventura. Dietro ti fissano gli occhi seri dei pazienti in attesa delle visite. Sulla collina di Panzi, periferia storica di Bukavu, il centro di salute è un agglomerato di piccole strutture in muratura dove si trovano i reparti di primo soccorso. Qui in Repubblica Democratica del Congo la sanità si paga, anche quella pubblica. Non c’è nulla di garantito. Ma il problema è maggiore nelle zone dove i centri sanitari sono del tutto assenti, in questa città di oltre due milioni e mezzo di abitanti fuggiti dalla vulnerabilità dei villaggi. Tutta la regione dei grandi laghi è ancora instabile a causa di guerriglie ed epidemie, e le masse popolari stipate a Bukavu patiscono l’assenza di servizi primari. Lo si legge negli sguardi duri delle donne che aspettano, guardando i degenti che non trovano pace su letti di ferro e sottile gommapiuma al posto del materasso.

In tutto questo l’energia svolge un ruolo determinante. La rete pubblica SNEL non arriva ovunque, e dove arriva ha una distribuzione discontinua, con insostenibili frequenti black out. Grosso limite per un centro sanitario con macchinari e luci che dovrebbero essere disponibili giorno e notte. In questo piccolo ospedale fatto di niente, con arredi di fortuna e tende al posto delle paratie, l’energia è garantita dall’impianto fotovoltaico montato nel Centro Solidarité dei missionari saveriani, poco distante. E fa la differenza, ci racconta un dottore mentre ci guida tra i corridoi a visitare i “reparti”.

Un’ala è dedicata alle maternità: c’è la stanzetta per il parto e una camera dove riposano due madri con i piccoli avvolti nelle coperte. Un’altra dottoressa presidia un minuscolo dispensario dove le poche medicine stanno tutte su un tavolo. Un unico microscopio è ciò che fa di un’altra stanza ancora il laboratorio per le analisi del sangue e dei campioni sanitari. Non molto. Eppure tanto per la gente di qui. Si annusa una ricerca reciproca – dottori e pazienti – di un certo ordine, una serietà, una determinazione nel far sì che anche questo poco, in terra di nessuno, sia fonte di sollievo e di accudimento.

Fuori, vicoletti fangosi rasentano cortili e casupole costruite con legno, terra e pietre spaccate a mano. La collina offre la sensazione di trovarsi in campagna, nella quiete apparente. È immersa invece nella sconfinata periferia chiamata Panzi, che un tempo era davvero zona rurale coltivata a té e caffé da coloni europei. Dopo l’indipendenza fu tutto convertito a legumi. Ma i lunghi anni di guerre e guerriglie, dal 1996 al 2004, hanno spinto migliaia di contadini e pastori a rifugiarsi a Bukavu. Oggi Panzi conta quasi centomila abitanti. La salute è uno di quei bisogni primari che la gente qui rincorre come l’oro. E non solo per l’assenza di strutture attrezzate, gratuite e specialistiche. Ma soprattutto per la fatica di vivere che qui è ordinaria.

Le fiumane ininterrotte che si incontrano per le strade della città raccontano di questa fatica, del tirare a campare giornaliero, di espedienti, di micro commerci, di sforzi fisici che non risparmiano chi è troppo piccolo né chi è troppo vecchio, la donna incinta o quella anziana, e dove ritrovarsi qualche piccolo acciacco o un limite fisico non è solo un intoppo, ma una maledizione che può rivelarsi fatale. In una regione così a lungo insicura, dove la povera gente ha subito repressioni, invasioni, guerriglie e soprusi dal più forte di turno, un pronto soccorso tra le capanne offre la piccola garanzia di un sollievo in una terra di nessuno, un posto dove posare il capo nei momenti più fragili e inattesi.

(foto Giacomo D’Alessandro)


Reportage commissionato da SEVA for AFRICA onlus nel 2018

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.