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La nuova traduzione del Signore degli Anelli

Ho appena terminato di leggere la nuova traduzione de La Compagnia dell’Anello affidata da Bompiani ad Ottavio Fatica.
Non voglio entrare nella fitta polemica insorta tra gruppi tolkieniani, e ancor prima tra la traduttrice originaria e la casa editrice. Non voglio neppure rivendicare una valutazione linguistica sull’appropriatezza lessicale per la quale non ho i minimi elementi.
Vorrei invece condividere la mia esperienza di lettore che, a distanza di anni, rilegge Il Signore degli Anelli con il pretesto di una nuova traduzione. Esperienza influenzata da una grande passione per il mondo di Tolkien e la sua poetica, che mi ha spinto a “tradurne” in musica e canzoni un intero disco (Andata e Ritorno, dedicato a Lo Hobbit e uscito nel 2015).

Ho riletto la storia sentendomene coinvolto. In questo ho apprezzato il linguaggio fluente, suggestivo e anche cangiante nel registro e nel ritmo, a seconda dei momenti. La traduzione suona a tratti più fresca e più antichizzata, consentendo di godere di entrambe le sfumature. Mi è piaciuta, mi ha riportato nella Terra di Mezzo con ancora un altro abito. Splendide le descrizioni dei luoghi, e la parlata di alcuni personaggi, penso alle espressioni simbolo di Sam Gamgee, riesce a rendere benissimo le sottili differenze di personalità, di ceto sociale, di rapporto con la missione. Tutta una serie di nomi di luoghi e di famiglie hobbit che sono stati ritradotti, non pesano sulla rilettura, si innestano bene e scorrono via naturali, trasmettendo le atmosfere che evocano.

Ho sofferto – e molto – i cambiamenti fini a se stessi. Una parte dei nomi sono riproposti in una nuova traduzione che non ha alcuna motivazione, se non evidentemente voler essere fatta a tutti i costi. Gran Burrone che diventa Valforra perde bellezza e non aggiunge nulla alla comprensione.
Raminghi che diventa Forestali rovina un intero immaginario e svia la comprensione. Il Puledro Impennato che diventa Il Cavallino Inalberato è un esercizio di stile che ha l’unico esito di rovinare un’affezione e infantilizzare una poetica. Pipino che diventa Pippin non ha bisogno di commento. Da questo punto di vista, cioè di traduzioni che non migliorano in nulla comprensione e poetica, l’effetto è talmente disastroso che bisogna battersi per un “ritorno sui passi” in vista delle prossime ristampe, per il bene delle nuove generazioni. Non ci sono argomentazioni linguistico-accademiche che tengano.

Un problema gigantesco sorge di fronte alle canzoni e poesie di cui il libro è costellato. Sono un dolore insopportabile. Qui non è affatto questione di paragoni: non avevo alcuna aspettativa di trovarle mantenute nella precedente traduzione, e in fatto di musicalità sono aperto più che mai a ricevere una nuova proposta di adattamento dei testi. Qui il problema è proprio che sono venuti fuori degli strazi. Non c’è metrica, non c’è ritmica, non c’è un registro coerente all’interno della stessa canzone. Provate voi stessi e vi accorgerete che queste canzoni non sono nè leggibili nè cantabili con qualsivoglia grazia od eleganza. Non sono più canzoni o poesie, ma versi attorcigliati, noiosi, poco intelligibili e di continuo inciampo. Nessuno pretende che un traduttore sia al contempo un poeta (perché una poesia o una canzone non si accontenta di una traduzione, ha bisogno di una riscrittura secondo stilemi poetici della lingua di atterraggio). Ma mi aspetto che un editore del calibro di Bompiani, con un simile patrimonio
sottomano, dedichi le giuste persone ad un compito così importante, per integrare la nuova traduzione di uno dei libri più letti al mondo.

In conclusione, sono curioso di leggere Le Due Torri e Il Ritorno del Re. L’esperienza è stata utile, piacevole e appassionante.
Nutro la speranza che, come avviene per i veri classici della letteratura, si possa affermare serenamente anche per Tolkien la liceità di diverse traduzioni in circolo normalmente, cosicché a seconda di gusti e pensieri ciascuno sia libero di consigliare la lettura nell’una o nell’altra traduzione. Nel complesso, diverse versioni esistenti possono valorizzare meglio tutti gli aspetti e le sfumature di questo patrimonio fantastico.
Ma al contempo, vorrei sempre riscontrare un tale rispetto per il coinvolgimento che questa storia ha generato in milioni di persone, tale da evitare stravolgimenti in quei suoni e in quelle immagini ormai iconiche che sono cultura popolare e che non giova a nessuno ferire per una presunta esigenza di cambiamento ad ogni costo.

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.