teatro

Ad Ilaria

Ti ho trovata passeggiando al bordo d’un tavolino.
Tondo: era chiaro che finivo nei tuoi occhi. E cosa dicevi? Scusa, nulla, permesso, ciao. Ti scansavi ancora prima di un incontro?
Ma io – dicevi – sono a farlo accadere, l’incontro. Sono il luogo, come un tavolino, come una colonna, una foto sulla parete che si muove. La foto o la parete? facevo io. Cosa vuoi, dipende tutto dalla passeggiata.
E io proseguivo per quel bordo di vetro lucido di un tavolino, senza arrivare mai.

Ma ci esci mai da qui? pensavo. Sfuggente, sì, ma ci uscivi. Ti ho inseguita qualche volta, sulla cresta di parole cominciate, lasciate piano nell’aria tra schiume del mare sotto la finestra e schiume sul mio cappuccino. Il solito succo di mirtillo? iniziavi. Tu sì che mi conosci, come hai fatto in così poco? Ma questo non te l’ho chiesto. Tu e i tuoi mille viaggi siete inafferrabili, mi canzonavi; e già così mi avevi capito, a rispettosa distanza di tenerezza. Leggile anche a me le poesie per i tuoi matti, incalzavo, e tu scoprivi un fianco. E leggevi, o studiavi, e si sognava ma solo da seduti. Dovresti leggere Spoon River, ho pensato un giorno. Io suono e tu leggi. Ed è successo – era così bello, sembrava fatto apposta. Era comunque una passeggiata, sul bordo di un tavolino più grande, e ancora senza arrivare mai.

Anche in seguito, salivamo sul palco e la frequenza si intonava da sé. Ora faccio una battuta, penso, e prima di pensarlo l’ho detta. Ecco, non ero più abituata, ti scioglievi tu ridendo. Dai, passami l’olandesina, anche se è l’ora sbagliata. E ti aspettavo per caso al prossimo spettacolo, con un mazzo di parole che davamo al vento. Sembrava di navigare sul pianoforte di Novecento, dentro una nave sull’oceano nero. Non ce la fanno, i belli non resistono. Te la ricordi quella poesia che avevo scelto prima del sipario? Sembra tua ora. Sono le farfalle, sono le colombe, sono i passeri che non ce la fanno. Uno sgomento lungo come l’orizzonte, e quegli occhi profondissimi lì, a un giro di tavolino, cui non arrivo mai.

Forse perché un cerchio non ha fine, non ha cominciamento.

Ad Ilaria.

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.