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Bogotà, nei barrios degli invisibili – Mondo & Missione

Nelle periferie di Bogotá monsignor Daniel Delgado visita le persone più fragili e dimenticate. Una giornata con lui è l’immagine della “Chiesa ospedale da campo” voluta da Papa Francesco

Fuori da Bogotá ci sono altre Bogotá. Si replicano a perdita d’occhio su versanti di colline e fondo valle. Casette di mattoni, tetti di lamiera, cisterne per l’acqua, marciapiedi e strade grigie, campetti, baracchini, mercati. Gente che si muove. Otto milioni di persone ossessivamente in transito da una parte all’altra, dal centro a un pueblo, da un barrio a un altro. Migliaia di autobus polverosi, di taxi legali e abusivi, di macchine rottame, moto e perfino audaci biciclette bloccano di continuo gli incroci delle strade, intrise della puzza di carburanti miscelati. Eppure è anche una città verdissima, spesso colorata da stupefacenti murales alti decine di metri, o disseminata delle strabordanti sculture di Botero.

È grazie a padre Eduardo Avila, un giovane parroco di periferia contattato su Facebook, che incontriamo monsignor Daniel Delgado. Padre Eduardo viene a prenderci di primo mattino col suo furgone, a bordo del quale ci accoglie il vescovo, sguardo gioviale e autorevole, sfoggiando un incerto italiano. E dove può averlo imparato se non a Roma? «Padre Daniel proprio oggi viene in visita pastorale nel nostro barrio – spiega padre Eduardo -: è uno dei sei vicari episcopali della città». È così che abbiamo modo di entrare nei meandri sociali ed esistenziali di una periferia della famigerata capitale colombiana.uori da Bogotá ci sono altre Bogotá. Si replicano a perdita d’occhio su versanti di colline e fondo valle. Casette di mattoni, tetti di lamiera, cisterne per l’acqua, marciapiedi e strade grigie, campetti, baracchini, mercati. Gente che si muove. Otto milioni di persone ossessivamente in transito da una parte all’altra, dal centro a un pueblo, da un barrio a un altro. Migliaia di autobus polverosi, di taxi legali e abusivi, di macchine rottame, moto e perfino audaci biciclette bloccano di continuo gli incroci delle strade, intrise della puzza di carburanti miscelati. Eppure è anche una città verdissima, spesso colorata da stupefacenti murales alti decine di metri, o disseminata delle strabordanti sculture di Botero.

La parrocchia di San Alberto Hurtado sorge in un quartiere chiamato Lechos El Dorado, sulle alture a nord-ovest, circa un’ora di autobus dal centro città. Nel tentativo di raggiungerla con mezzi pubblici, il giorno prima siamo finiti dalla parte opposta della capitale, ingannati da omonimie sulle mappe. Soli, in cima alla periferia della periferia, dove le case diventano baracche di stracci e bastoni, i cani randagi ti circondano e le strade si sciolgono in fango, abbiamo dovuto rinunciare. Ma oggi è un altro giorno. Oggi entriamo in punta di piedi sotto la coltre superficiale, vivendo una giornata tipo di monseñor Delgado.

«Come vicario ho il compito di visitare e accompagnare parroci e laici nelle 54 parrocchie in questo vicariato di Bogotá, chiamato Immacolata Concep­tion. Cerco di fornire loro supporto, formazione, incoraggiamento e soprattutto vicinanza umana e progettuale per le attività pastorali», racconta mentre prendiamo il caffè a casa di una volontaria della parrocchia. «Questo barrio è di livello 1, il più basso dello standard socioeconomico in cui è suddivisa la popolazione di Bogotá. È un quartiere di gente che si guadagna il pane facendo i lavori più umili per la classe benestante». Poi comincia il lungo giro delle visite. Malati, anziani, disabili, qualche scuola. Il quartiere scosceso è un accumulo disordinato di case e baracche, un intreccio di mattoni, lamiere e travi di legno che brulicano di vite “ultime”.

Per il vescovo è prassi muoversi a piedi tra viuzze, scalette e baracche, salutare le persone per la strada, intrattenersi ad ascoltare la vita della gente comune, dove non si ha quasi mai la sensazione di miseria, quanto piuttosto di una povertà dignitosissima che sopravvive di una sua attenta micro-economia e in un clima quasi paesano. Quando comincia a piovere monsignor Delgado non accetta inviti a fermarsi. Le strade si fanno rivi, il fango si risveglia e rivela la condizione precaria della vita di quassù. Come può muoversi un anziano o un disabile che avesse bisogno di fare commissioni, di comprare qualcosa, di andare in ospedale? Questa è l’emarginazione urbana, la periferia esistenziale, destinata agli ultimi arrivati e ai meno competitivi della società.

Una famiglia ci presta degli ombrelli proprio vicino a un terrazzamento da cui si vede l’infinita Bogotá fatta di molte Bogotá. Padre Daniel condivide con decisione l’idea che da una periferia si possa osservare meglio il mondo intero, scoprendo i tratti di una umanità più vera. Poche ore di questa esperienza, dice, valgono giorni di lavoro passati in altre faccende. Uno spaccato di vita “invisibile” che per lui non ha prezzo. È un uomo dell’ascolto, curioso e intraprendente. Il suo modo di bussare alle porte della gente più fragile – prontamente segnalata da padre Eduardo – è sempre allegro. Una scuola di prossimità che lascia cadere l’immaginario del pericolo, del sottosviluppo, della periferia come terra di nessuno.

Visitiamo un’anziana coppia che ci accoglie con una felicità indescrivibile. Sono entrambi malati, prigionieri in cima a questi colli urbani da cui non hanno possibilità di muoversi né possono ricevere i servizi assistenziali. Il vicario sorride continuamente, chiacchiera spontaneamente e sa sdrammatizzare anche mentre si informa sulle condizioni di vita di ogni persona. La baracca in cui siamo non ha porte ma vecchi teli, finestre rotte e locali angusti. Quasi non ci stiamo in una sola stanza. Il Padre nostro che diciamo insieme trapela passione in ogni parola: mai è stato tanto rea­­le, tanto solenne, tanto incarnato come recitarlo al capezzale di questa gente spossata, dimenticata e resa anonima.

Ci tiene a passare qualche minuto con i bambini di una casa famiglia, prima di andare a portare la comunione a Carlos. Carlos è un ragazzo disabile destinato a trascorrere l’intera esistenza in un minuscolo appartamento, strapieno di barriere architettoniche, dove dipende completamente dai suoi famigliari. Una situazione che al vescovo sta particolarmente a cuore. «Avreb­be potuto crescere risolvendo parte dei suoi deficit fisici, se avesse praticato la riabilitazione. Ma sono prospettive a cui lo strato più basso della popolazione non ha accesso». Dopo un momento di preghiera e di condivisione, finisce con una insolita benedizione: «…e mi raccomando, allegria e speranza!».

È pomeriggio inoltrato quando facciamo una pausa a casa di padre Eduardo, per il pranzo. Monsignor Delgado posa il suo zainetto in una camera degli ospiti. «In questa borsa mi porto dietro l’essenziale, così mi fermo a dormire nella casa parrocchiale e abbiamo tempo per stare insieme, la sera cuciniamo e guardiamo la tv, a volte chiacchieriamo fino a tardi. Mi sembra il modo più autentico di condividere e conoscere la vita dei preti, dei laici e della gente più umile. Capisco meglio di cosa hanno bisogno, sono a disposizione senza filtri, e possiamo fare progetti insieme». È un approccio alla realtà che ha imparato facendo il maestro nella zona di Nocaima, dove è nato.

«Eravamo 13 fratelli, di cui sopravvissuti 11, e siamo stati cresciuti nell’essenzialità, senza lussi o stravaganze». Da insegnante ha sempre avuto una passione per la promozione sociale di comunità povere. Così, racconta, è stato notato dal vescovo locale e messo in contatto con i percorsi vocazionali a Bogotá, dove ha poi fatto domanda per entrare in seminario. «Quando sono stato accettato, non avevo abbastanza soldi per pagarmi gli studi, ma i miei superiori hanno sempre cercato di venirmi incontro e questo mi ha permesso di andare avanti serenamente».

Ritorna spesso nel suo sguardo appassionato l’empatia con i bisogni del popolo, la passione politica e la scelta di spendere la vita tra questa gente. «Preferisco di gran lunga quando devo visitare quartieri come questo: sento che il mio posto, la mia vocazione sono qui». Lo dice uno a cui non mancano certo incarichi di alto rango in diocesi, dove tra le altre cose è direttore dell’Osservatorio Arcidiocesano sull’Evangelizzazione, «uno strumento per cogliere nella vita della città quei movimenti evangelici che cambiano davvero la condizione sociale delle comunità, e che prospettano visioni per una città più giusta ed equa».

Osservandolo fin nei dettagli viene in mente che Jorge Mario Bergoglio, prima di vestirsi di bianco, doveva essere così: un pastore senza se e senza ma. Ironico, curioso, amichevole, nato cresciuto e invecchiato per “compartir”. Daniel Delgado non rappresenta il cardinale di Bogotá attraverso abiti, moniti o cerimonie; a tutti rivolge un’attenzione seria e semplice, a tutti chiede di cercare “pace e speranza”, ne valorizza le vite aiutando ciascuno a rileggere la propria esistenza a questo mondo, nonostante tutto. È così che abbraccia la sua missione. Con quella teologia della strada, della pratica senza fronzoli, dell’umanità solidale che la gente ha imparato a riconoscere come naturale in Papa Francesco.

«Per me è una sfida continua incontrarmi ogni giorno con questo ambiente, pieno di problemi a partire dalla disgrazia delle droghe, che mietono vittime tra i giovani. Cerco di trasmettere un messaggio di salvezza, di allegria e di speranza proprio dove si respira a pieni polmoni tanto disagio. Per dire che Gesù Cristo è presente qui e cammina con questa gente all’apparenza “invisibile”, ed è qui che il Signore fa la storia con il suo popolo».

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.