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Stasera in Etiopia c’è la luna – LiguriTutti

C’è la luna stasera in Etiopia. Non capita spesso nella stagione delle piogge. Negli ultimi 40 giorni la ricordo di rado. I versi acuti delle iene arrivano distanti, una serata tranquilla qui nella periferia nord di Awassa. Penso al ritorno a Genova ormai prossimo, a come raccontare e condividere quanto ho adesso nel cuore e negli occhi. Di fronte a me, lungo l’unica strada asfaltata, i baracchini si susseguono, alcuni sprangati altri ancora attivi con le fioche luci su ammassi di svariate mercanzie. Ci rivolgiamo a loro ogni giorno, suscitando i soliti sguardi stupiti (“Farenji! Farenji!” ci apostrofa la gente per strada), per mezzo chilo di pane o qualche frittella, una bottiglia d’acqua (quella della rete idrica non possiamo permetterci di berla) o un rotolo di carta igienica, che qui è uno dei beni di lusso. 

Su questo lato della strada dove il Centro Blein ha il suo pezzo di terreno sorgono alcune scuole. Ogni mattina sentiamo le classiripetere in coro – urlando – lettere, parole, numeri e formule,invocate dalla maestra di turno o da uno degli studenti. Educazione e metodi educativi è uno dei temi di cui ci piace discutere, anche per il fatto di stare affiancando ogni giorno un asilo che tenta di usare il metodo Montessori proprio in un contesto sociale in cui la formazione è “militaresca”: abitua all’imitazione e ripetizione cieca, senza spirito di iniziativa o creatività personale. Langue del tutto la pratica dell’inglese come seconda lingua, così importante per comunicare con il resto del mondo ma al contempo difficile sia per la differenza di suoni e pronunce (e di alfabeto), sia per il contesto ancora fortemente rurale, con diversi dialetti relativi alle regioni etniche di provenienza. Tutti studiano l’inglese a scuola, quasi nessuno in pratica riesce ad andare più in là del saluto. 

Ne parlavamo anche qualche settimana fa nel nord del Paese, a Lalibela, ospiti (grazie ad AirBnB!) di una famiglia africana, con la sua capanna di paglia e fango divisa in 3 piccoli locali, e un buco nel terreno fuori dalla porta (il bagno). Il padre di famiglia è direttore scolastico in una scuola primaria del villaggio, e ci raccontava con orgoglio dei sistemi di mutuo aiuto economici e logistici per favorire la scolarizzazione anche dei bambini residenti nei villaggi più sperduti tra le montagne. Anche qui al Centro Blein stiamo osservando alcune dinamiche comunitarie autogestite di risparmio collettivo, mutuo aiuto e condivisione dei bisogni individuali. Gestite soprattutto dalle donne, sedute in cerchio nel prato con i loro vestiti bianchi drappeggiati di verde, viola, giallo e oro.

Nonostante la difficoltà di apprendere e pronunciare qualche frase in amarico, e di incontrare un inglese sufficiente a intavolare una conversazione, le persone hanno un grande senso dell’accoglienza, del rispetto e della cortesia. A volta basta trovare le due tre parole essenziali per collaborare: a me succede nel frutteto e nell’orto con Ato Kebede, un anziano e instancabile lavoratore che nelle rughe scure e nelle mani callose incarna la saggezza antica e senza tempo. Io e Kebede comunichiamo con la parola “kwonjo”, per distinguere tra “bello” e “non bello”, quello che si può estirpare e quello che va lasciato crescere… Con i gruppi di giovani di periferia che ogni sera si ritrovano nel grande tukul a praticare danze e teatro, la comunicazione passa ancora più in profondità, nel provare a muovere a tempo insieme i corpi, a ripetere i movimenti tradizionali, in una stretta di mano o in un sorriso affaticato a fine allenamento.

Periferie, educazione, comunicazione, comunità… L’Etiopia, l’Africa, la “nostra” Africa di questo mese, è uno scorrere lento e cangiante di pezzi di realtà, armonie e contrasti che interpellano e chiamano in causa. Mondi lontanissimi che vivono uno affianco all’altro. E’ il nostro camminare curioso – ogni volta che ne abbiamo la possibilità – da soli per vie e sentieri di città o campagna, con i bambini che ti corrono attorno e i venditori di qualsiasi cosa che ti chiamano al baracchino. E’ voglia di fermarsi, ascoltare, andare a fondo, o di passare oltre e incedere leggeri, invisibili, godendosi la vita che si manifesta in un attimo unico e irripetibile, in cui restare immersi per assorbire il più possibile.

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.