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Giovani e Chiesa, il dialogo che non c’è – Vino Nuovo.it

Fatelo il questionario online promosso dal Sinodo dei Vescovi in vista della prossima consultazione, che riguarderà la situazione globale dei giovani, fuori e dentro la Chiesa. Fatelo perché è un buon esercizio innanzitutto di check-up personale: come mi definisco, a che punto sono nel mio cammino, come mi relaziono con la società e come costruisco il mio futuro. Fatelo perché è rivolto a credenti e non credenti, a cristiani come a musulmani, ad agnostici come ad atei, senza esclusioni. Presenta opzioni insolite per un testo ecclesiastico: potete rispondere per esempio che per voi Dio è Madre, che reputate Gesù un rivoluzionario o un sapiente come altri. Ed è un questionario interessante perché punta a capire come la società contemporanea (le condizioni sociali ed economiche) incida sulla nostra vita, sul nostro modo di scegliere e di pensare. Non è nulla di eccezionale, sia chiaro, e rimane molto sul generico, però contiene una buona dose di risposte aperte, non è tutto preconfezionato. Ed è molto meno “tecnico-specialistico” dei questionari precedenti. Non dà molto per scontato sulla formazione e sulla filosofia di vita di chi risponde, ma cerca di ascoltare, questa volta veramente, in che modo le nostre generazioni hanno in testa di passare la vita.

Alla fine troverete due domande aperte. Preparatevele prima perché ha senso pensarci un po’ su, e poi fare un copia incolla quando ne siamo sicuri. La prima ci chiede di ripercorrere i momenti essenziali della nostra vita in cui ci siamo più coinvolti nel cammino cristiano. Grazie a chi, e quale migliore esperienza di Chiesa abbiamo vissuto. Qui ho fatto riferimento soprattutto alle esperienze di campi-famiglia, dove si ricrea per pochi giorni all’anno una situazione forse simile alle prime comunità cristiane (tutto in comune, tutti a servizio di tutti, vita allegra conviviale e relazioni profonde). E in secondo luogo ho elogiato molte figure di gesuiti che come “seminatori” hanno oggi forse la preparazione, la qualità e lo stile ecclesiale più efficace e recettivo della realtà, meno clericale, più collegiale, più inserito nella normalità della vita del mondo. Sono comunità d’inserzione nelle pieghe più diverse della società, che spesso si rivelano più libere di dedicarsi a un’ampia gamma di iniziative pastorali innovative, e alleggerite dal senso di decadenza e di antiquatezza di cui sono vittime (e a volte artefici) molti solitari preti invischiati nel mandare avanti baracche parrocchiali. Altro vantaggio dei gesuiti (e di tutte le religiose e i preti che si rifanno alla loro formazione) è aver investito sul discernimento ignaziano come strumento attuale e urgente per molti giovani di indagare e preparare scelte forti di vita e di impegno per la giustizia, creando spazio tra le ansie soffocanti del sistema e della crisi.

La seconda domanda aperta offre lo spazio per dire “cosa non ti è stato chiesto nel questionario” che ritieni importante per il Sinodo e per la vita della Chiesa. A questa domanda ho scelto di rispondere così.

“Non mi è stato chiesto in maniera più specifica cosa vorrei che cambiasse/migliorasse nella Chiesa e nella pastorale, perché sia più affine con i giovani di oggi e più accessibile per tutte le persone che se ne sono allontanate o che non riescono a trovarla coinvolgente per la loro vita.

1. La lontananza tra Chiesa e giovani è tale che difficilmente è colmabile. Nonostante tutto, nonostante su tante cose si sia fuori tempo massimo, ci sono ancora margini di riavvicinamento, e potenzialità inespresse.

2. La liturgia è quanto di più ostacolante e lontano dalla sensibilità giovanile. L’eucaristia incastrata nella forma liturgica attuale non dice più nulla del suo senso e del suo valore originario alla maggior parte dei giovani, e il fatto che si continui a farne un punto obbligatorio dell’appartenenza ecclesiale è la prima causa di allontanamento (e di verifica negativa della propria fede) per tanti giovani che sarebbero ottime persone in ricerca e in servizio all’interno delle comunità. Invece che favorire la fede, siamo al paradosso che questo tipo di liturgia ostacola un percorso autentico di fede giovane e adulta. Molto meglio sarebbe investire su formazione cristiana adulta, formazione biblica, un percorso di vita a confronto col modo di vivere di Gesù. Inutile sprecare energie per tenere dei giovani a messa, quando neanche loro nel frattempo vivono una formazione cristiana adulta. Bisogna accettare (e coglierla come opportunità) che la pratica della messa non è più la discriminante tra essere in una comunità/cammino cristiano e non esserlo. L’accanimento terapeutico su questo non farà che allontanare altra gente. In tutto questo, la cresima a 13 anni è una enorme farsa che non aiuta nessuno, tanto meno la Chiesa. La cresima dovrebbe essere una scelta consapevole e formata, minimo a 18 anni, come il battesimo per i catecumeni al principio della Chiesa.

3. La Chiesa ha perso molti giovani odierni perché ha continuato a investire sulla sua forma clerico-centrica e gerarchica e non li ha iniziati a coinvolgere a livello decisionale e pastorale. Di fronte alla paura di cambiare anche solo un pezzetto di struttura, i giovani cercano spazio altrove, dove possono esprimersi senza esser giudicati e controllati dai monopolisti dell’ortodossia e del sacro. La mancanza di autentica collegialità è un deficit devastante nelle diocesi e nelle parrocchie. Spesso i più svegli e pensanti vengono allontanati per primi, proprio perché il loro senso critico (che riconosce e segnala le arretratezze, e propone gli aggiornamenti) spaventa il detentore dell’autorità che si sente minacciato nel suo (unico) ruolo che gli fa percepire di avere ancora una identità forte. La Chiesa parla di giovani e ai giovani, ma la sua gerarchia è formata di vecchi, maschi e celibi, con una scelta di vita consacrata che non costituisce più modello neanche lontanamente concepibile per quasi tutti i giovani pur praticanti. Una situazione incrostatissima da rinnovare, come direbbe il papa una “ipoteca” sul futuro della Chiesa.

4. Manca il coinvolgimento a tantissimi livelli: nella scelta dei vescovi, nella pastorale delle parrocchie (clerico-centriche con consigli pastorali spesso di facciata o di yes-men), nella scelta degli incarichi diocesani, nei media cattolici, nei consiglieri del vescovo, nella cura di comunità dove mancano i preti, nel commentare il vangelo pubblicamente, nello scrivere i documenti pastorali, nel partecipare attivamente ai sinodi…e via dicendo. E quando gli spazi mancano perché sono occupati dal clero “geloso della sua autorità”, che vive con naturalezza il suo ruolo monopolizzante, per primi i giovani vanno con naturalezza altrove a fare altro, a mettere a disposizione le loro migliori energie mentali e fisiche dove trovano un senso forte; il che oggi avviene come ha ricordato il Papa quando c’è un afflato missionario, sociale, non quando vige un’autoreferenzialità del culto per il culto.

5. Se la Chiesa vuole ricoinvolgere dei giovani di qualità (non dei soldatini da sacrestia, poco rappresentativi del mondo, da utilizzare di facciata nei grandi raduni per dire che “i giovani sono ancora con noi”), deve mettersi di fronte ai giovani a lasciarsi riplasmare nelle forme e negli approcci. Se la Chiesa pensa che siano i giovani a doverla “capire meglio” per trovarla di nuovo appassionante, questa Chiesa morirà ben presto. Non ci si può aspettare di fare dei lifting, del buon marketing moderno e così riavere le chiese piene e i seminari pieni, perché sono vie senza futuro. Vanno trovate vie più evangeliche di fare chiesa, in un nuovo tempo storico che esige più autenticità e meno potere clericale. “Vino nuovo in otri nuovi”. Mollare sterili tradizioni per rioffrire respiro alla Tradizione. O la chiesa, che è già così colpevolmente in ritardo, si lascia cambiare dai giovani, o tanto vale può abbandonare il discorso prima di cominciarlo.

Tra le tante proposte che si potrebbero fare, ne sintetizzo una che secondo la mia personale esperienza ha un potenziale enorme. Con alcuni giovani ho iniziato a vivere 3 anni fa in una vecchia chiesa del centro storico di Genova, attiva ma disabitata, in accordo col prete responsabile, che vive in un altro santuario. Siamo una piccola comunità laica di persone credenti, non credenti e “diversamente” credenti. Non siamo legati da regole o riti religiosi, ma da pochi ingredienti di buona vita comunitaria e da una disponibilità a confrontarci col modello di vita di Gesù e con un ambiente che ha una sua vocazione spirituale e sociale, ognuno secondo le sue inclinazioni. Con questo progetto una chiesa in decadenza ha ripreso almeno un po’ di vita come spazio sociale, di ricerca anche spirituale e cristiana, di eventi culturali e formativi e di attività per il territorio. Al contempo un gruppo di studenti-lavoratori, che avrebbe difficoltà ad andare a vivere da solo, ha trovato modo di farlo a basso costo, di sperimentarsi nella vita comunitaria, di tenere aperta una relazione dialogante con un prete, di esprimersi spontaneamente di fronte agli spunti che riceve dal vivere “a porte aperte” in un territorio cittadino con le sue sfide. Ecco, io credo che questo dovrebbe già da qualche anno essere un appetitosa prospettiva per tutta la Chiesa europea, che si ritrova chiese e case vuote, strutture da svendere, e non riesce più a intercettare giovani. Si può proporre a giovani in gamba “rimasti” di avviare progetti di questo tipo, riabitando strutture religiose in via di abbandono che possono ritrovare vita, sicuramente in modi completamente inaspettati, ma in qualche modo mantenendo lo spirito e la vocazione originaria. Questa è una grande opportunità assolutamente realizzabile: basta che ci sia l’input da Vescovi e parroci, e soprattutto la libertà senza angosce clericali di dare spazio ai giovani, che si esprimano come ritengono, senza obblighi religiosi o dottrinali, solo restando in dialogo e lasciandosi anche interrogare dalla figura rivoluzionaria di Gesù, dalle sfide sociali. Da questo, nel nostro centro sono nati frutti belli, inaspettati, innovativi. Credo potrebbe succedere ovunque. Ed essere un volano per inaugurare nuove iniziative di accoglienza di soggetti svantaggiati, che si mischierebbero a realtà giovanili invece di finire ghettizzati in “strutture dedicate”.

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.