Ecuador

L’oro nero a Lago Agrio

“Quando sono arrivato qui negli anni ‘90 la gente di Quito mi prendeva per pazzo: Lago Agrio? Dove la gente si spara per la strada?” Questo ci racconta Andrea Cianferoni, responsabile di CEFA onlus, dell’anonima cittadina nel nord est dell’Ecuador dove vive da circa 20 anni. E dove ci troviamo noi. Non che ci sia andata diversamente: tutte le persone cui abbiamo detto dove eravamo diretti ci guardavano perplesse. “Lago Agrio? E cosa ci andate a fare là?”. E’ un po’ cosÌ il nostro viaggio, si lascia guidare dai progetti sociali, e i luoghi in cui spesso questi progetti prendono vita sono proprio le periferie di ogni paese.  Dove sorge Lago Agrio quarant’anni fa era foresta vergine. CosÌ fitta, pare, che non vi erano neanche comunità indigene. Fino alla scoperta del dio petrolio. Texaco e altre multinazionali occidentali hanno allora iniziato a disboscare, offrendo terreni a campesinos e favorendo immigrazione dal centro del paese con potenti incentivi economici. Funzionava cosÌ: se ti trasferivi lungo la strada appena battuta, un tot di terreno era tuo a patto che lo disboscassi entro un anno. Lago Agrio nuova frontiera dell’arricchimento facile. Scrigno di petrolio, di pascoli, di piantagioni… il richiamo della libertà e del lavoro ripagato che sentono i pionieri.  Al di là della grande illusione, oggi palese tra contaminazioni petrolifere del terreno e scarsa competitività dei contadini, Andrea ci aiuta a comprendere meglio dove siamo. Qui si sono concentrate e si concentrano tutt’oggi una pluralità di questioni che fanno la storia di un continente. La rapina del petrolio ad opera del nord del mondo, con conseguente indiscriminata contaminazione della foresta amazzonica, è solo la prima di esse.

Lago Agrio è infatti territorio di migrazioni, primo approdo dei rifugiati colombiani negli anni recenti delle FARC e dei paramilitari; la frontiera dista poche decine di chilometri da qui. Ne derivano le problematiche legate al contrabbando ma soprattutto quelle di povertà e discriminazione degli immigrati.  Qui si è potuto osservare nettamente il cambiamento della chiesa cattolica in America Latina, prima con la diffusione della teologia della liberazione, che ha caratterizzato figure significative di preti e missionari, i veri animatori delle lotte sociali contro le povertà e le oppressioni subite dal popolo. E poi con la successiva repressione dottrinale dell’era Woytila-Ratzinger, in virtù della quale il tessuto religioso è stato addirittura sostituito con esponenti di sette tradizionaliste. Dal cristianesimo dell’opzione per i poveri al cristianesimo devozionale imperniato sul distacco dal mondo e sull’ossequio al clero padrone del sacro. 

Infine la grande questione rurale, in una terra divenuta di contadini perché resa importante dal petrolio. CEFA onlus è una delle realtà di cooperazione che sviluppano progetti a favore dei piccoli produttori locali. Creano sul territorio in zone strategiche dei “centri di acopio” dove i piccoli produttori possano lavorare in fase primaria il loro raccolto, condividendo i macchinari e le strutture che non potrebbero permettersi. CosÌ facendo, il raccolto (caffè e cacao principalmente) può essere aggregato e venduto sul mercato dei grandi acquirenti in quantità sufficienti per ottenere un ricavato equo. E non far morire i piccoli produttori locali.  Trascorriamo a Lago Agrio quasi una settimana, ben più del previsto, per due ragioni: la prima è l’accoglienza calorosa che ci riservano Rosi e Anna, due civiliste italiane in servizio presso CEFA, con le quali giriamo in lungo e in largo alla scoperta di tutte le realtà sopra citate; la seconda è proprio l’inaspettata ricchezza di questo luogo, osservatorio su molteplici questioni sociali e ambientali.

Stando qui tocchiamo con mano il problema delle contaminazioni petrolifere, degli affectados, delle multinazionali e dei soprusi impuniti che tante parti periferiche del mondo stanno ancora oggi subendo. In nome del consumo e del mercato globale di cui tutti ci serviamo, a casa nostra. Ma vediamo anche come campesinos, istituzioni e associazioni si organizzano per rendere competitivi i prodotti da agricoltura locale. Conosciamo una regione lontana dalle grandi capitali, intrisa di foresta amazzonica e di fiumi, costellata di villaggi e comunità indigene che vivono in capanne e palafitte. Vedo con i miei occhi, forse per la prima volta in vita mia, la crudele connessione del mercato globale. Quando in Occidente ci raccontiamo che certi comportamenti, certi consumi sono sbagliati, sono dannosi per l’ambiente e generano ineguaglianza nel mondo, non abbiamo davvero davanti agli occhi l’effetto di quel male.

Qui a Lago Agrio mi trovo davanti invece questa contraddizione: di un luogo che è stato creato e ha vissuto solo grazie all’oro nero, venduto ai nostri paesi d’occidente, e al contempo di tutte le ingiustizie, i danni che questa attività, questa domanda/offerta ha creato. Masse di povera gente lontana dai grandi centri economici, la cui sussistenza è stata compromessa per sempre, e che mai hanno beneficiato della ricchezza petrolifera. Comunità estinte dalle contaminazioni. Territori naturali incontaminati oggi devastati in maniera tanto invisibile quanto irreversibile, e dunque infinitamente pericolosi. Tutto al servizio di un mercato inquinante le cui distorsioni climatiche ricadranno per prime sulle zone fragili del pianeta… Quante cose ha da rivelarmi un luogo come questo. Di quanta bellezza c’era, e nonostante tutto c’è ancora, da salvare e recuperare. Di quanta indifferenza spietata permea il mondo, e connette tutto, e ci rende colpevoli spesso inconsapevoli, o impotenti. 

La sera, quando il caldo concede una tregua, cuciniamo tutti insieme un piatto all’italiana e mangiamo sul terrazzino. Qualche volta cantiamo con la chitarra. Di giorno ci muoviamo di continuo per andare a intervistare e documentare i diversi progetti che il passaparola ci ha fatto incontrare. C’è il Toxic Tour di Donald Moncayo nell’Amazzonia contaminata dal petrolio. Ci sono i Recycladores municipali dove lavorano molti rifugiati, cartoneros o senza tetto. Ci sono le frittelle di un’anziana signora del paese vicino e dei tocchi di polenta arrostita avvolti nelle foglie che una tizia vende sotto i portici. Una delle più belle tappe che rappresentano la dimensione “passpartout” di questo nostro viaggio in latinoamerica.

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.