Perù

Che diavolo cercate a Machu Picchu?

Una domanda mi rimane in testa tutto il giorno: perché si viene a Machu Picchu? Perché ogni giorno dell’anno quasi duemila persone compiono un lunghissimo viaggio per venire quassù? Noi viaggiamo certamente nel modo più economico e popolare, ma il tragitto tocca a chiunque. Da Cusco sono ore di treno, oppure ore (molte di più) di minibus, su strade dissestate e piene di tornanti. Ci si deve infilare in strette gole tra le montagne dove gli alberi sono fitti anche sui dirupi verticali. Poi bisogna trovarsi da dormire al villaggio sottostante, perché a Machu Picchu si entra all’alba. E ci si alza alle 4 del mattino per l’ultima ascesa, che sia in pullman o, molto più affascinante e “corretta”, a piedi. Nel complesso delle rovine si gira per almeno 3 ore. E via di nuovo a scendere, e ancora ore di cammino e poi di autobus…

Allora, perché si viene qui?, mi chiedo mentre muovo lenti passi sulle terrazze più elevate, da cui si domina la leggendaria città Inca. Guardo file interminabili di passanti da ogni angolo del globo, un gioco caotico di lineamenti, pelli, modi di vestire, un sovrapporsi di fonemi in ogni lingua. “Che cercate?” chiedo loro virtualmente ancora una volta. Cosa siete venuti a vedere? Sembra una domanda scontata, ma non mi passa dalla testa. Sono qui per ammirare un’opera architettonica del 1500? Eppure a quel tempo in Europa facevamo ben altro che tirare su villaggi dall’aspetto preistorico. Sono qui perché “non puoi non andare a Machu Picchu”…? Sono qui per conoscere da un museo all’aperto una delle civiltà che noi Europei abbiamo sterminato con orrendi genocidi? Non è per nulla una domanda scontata.

La mia risposta personale me la do soltanto camminando, prima al buio, nell’umido freddo sentiero che conduce al fiume, poi salendo mentre la grigia luce dell’alba fa capolino e disegna i contorni dei picchi monumentali attorno noi. E infine percorrendo le strade, le scale, le terrazze di questa grande città Inca come appoggiata su un verde crinale a strapiombo tra due cime scoscese. Sono qui perché il mio popolo ha ucciso questo popolo. E purtroppo, sull’armonia con l’universo le civiltà precolombiane ci avevano visto più lontano di noi. Sono qui per respirare la loro aria, sentire sotto i piedi la loro terra, accarezzare i loro prati e le cortecce dei loro alberi, lasciarmi contaminare dallo spirito di luoghi che hanno considerato sacri. Resto ammirato dalla bellezza mistica del monte che hanno scelto per edificare le loro case. Dalla perizia con cui hanno organizzato una piccola città a misura d’uomo. Dalla solidità artigianale con cui hanno costruito in pietra edifici, piazze, case che rapiscono lo sguardo ancora oggi, secoli e secoli dopo.

Qui si vive a contatto con tutti gli elementi. Materiali e immateriali. L’acqua è ovunque. Il cielo, la pietra, il legno, la terra, la foresta. E buio e luce si susseguono portando la sensazione del girare dell’universo. Mi viene da pensare: sarebbe bello vivere qui oggi. Questo è proprio un bel posto per abitare insieme. Siamo capaci noi oggi di costruire luoghi cosÌ in cui condurre la vita sociale? Ecco cosa c’è da imparare ripercorrendo questi passi. Perché andare a Machu Picchu? Per respirare la sua bellezza, immaginare ciò che è stato, chiedere perdono di ciò che la nostra cosiddetta civiltà ha compiuto e continua a compiere contro tutti gli indigeni del pianeta, i modi di vivere armoniosi, alternativi, autonomi e integrati in contesti naturali straordinariamente complessi. E forse sono venuto qui per portarmi a casa, nella pelle, quelle intuizioni che civiltà cancellate hanno avuto rispetto al modo di stare al mondo. Per farne tesoro, se potrò, in un futuro che dal piccolo al grande dobbiamo certamente ripensare e riedificare.

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.