Ecuador

Terremota

Dopo 15 ore di autobus si apre davanti a noi l’enorme laguna di Bahia de Caraquez. Colori unici, acqua opaca, isole verde scuro, aironi e granchi, un ponte sterminato a collegare le due sponde. In giro ancora cumuli di macerie del terremoto che un anno e mezzo fa ha piegato in due questa regione e ucciso quasi 1000 persone. Sventrando palazzine, rovesciando edifici, sprofondando fattorie. 

In casa di padre Juan Carlos a San Vicente ci accolgono a festa. Sorrisi, allegria, un pranzo da principi: gamberi e pesce fresco, vino tinto, maduro fritto e pane bianco. Caffè della moka, come no. E’ il compleanno del nipotino di Juan, figlio di Tito, un uomo energico che ci è venuto a prendere al bus. Scopriamo che è un rifugiato fuggito un anno fa dal Venezuela. Il Venezuela del dopo Chavez, di Maduro presidente contestato, delle repressioni violente sui manifestanti, della crisi economica. Il Venezuela dei telegiornali che ogni giorno raccontano morti e feriti, e ondate di profughi.

Il socialismo non si può imporre, ci dirà Tito con le lacrime agli occhi. Non si può smantellare il sistema produttivo di un paese che sarebbe ricchissimo, e stupirsi se l’economia va a bagno. Non si può vivere la tristezza, l’impotenza di vedere famiglie ridotte alla fame, bambini che cercano nella spazzatura perché l’inflazione rende il cibo inaccessibile. Non posso vedere il mio paese ridotto così. 

Festeggiamo gli 8 anni di suo figlio con una torta di panna bianca e azzurra. Fuori c’è un cane, inquieto, curioso. Si chiama Terremota, dice Juan Carlos ridendo: si è presentata alla porta di casa dopo il terremoto, smagrita e turbolenta. L’hanno accolta qui, per ricominciare, anche lei, come tutti.

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.