Perù

Che il deserto Nasca

Arriviamo nel deserto delle famose Nasca Lines, segni tracciati nell’arida terra che, visti dall’alto, compongono figure di animali, simboli, reticolati di rette. I Nasca ne hanno tracciate oltre 13.000 intorno al IV secolo a.C., formando circa 800 disegni che sono stati scoperti gradualmente nel corso del Novecento. E’ uno dei grandi misteri della storia, e per l’enormità  dell’impresa, e per il suo significato. Espressione artistica? Intenzione sacro-religiosa, magari legata al bisogno di acqua? Funzionalità pratica di gigantesco calendario astronomico? Diversi studiosi da tutto il mondo hanno dedicato la vita ad approfondire questa affascinante mastodontica creazione nel deserto.

Racconta di un popolo di ingegneri e sapienti della geometria, di una civiltà che ha saputo fiorire in una zona durissima per la sopravvivenza. Oggi è facile osservare i simboli a bordo di un piccolo aeroplano. Ma un tempo non era così, e in ogni caso scovarli in un raggio di 100 chilometri di puro deserto non è stato facile per gli archeologi. Ancora più stupefacente è la loro resistenza: le intemperie non li hanno mai cancellati perchè parliamo di una delle zone più aride del pianeta. Nonostante questo, si diceva, i Nasca hanno fatto in modo di far fiorire il deserto.

Visitando i loro acquedotti, ancora oggi in funzione, si resta stupiti di questa abilità : incanalare l’acqua dalle zone montuose e distribuirla in grandi cisterne al livello delle loro città , così da rendere coltivabile parte della pianura. Prendiamo uno dei bus di linea che escono dalla città diretti a Lima, e scendiamo dopo pochi chilometri al Mirador metallico. E’ una torretta che spicca nel nulla della piana desolata, da cui si ammira questo terreno cupo di rocce e polvere che alterna zone montuose a spianate a perdita d’occhio. Da qui si vedono un paio di figure e si intuisce la meraviglia.

Tornando a piedi verso la città , muovendo i passi incerti nel nulla surreale, si incontra un gruppo di collinette chiamate “mirador natural”, da cui si vedono con chiarezza alcune linee rette che si perdono all’orizzonte. C’è un timore reverenziale a trovarsi qui. E’ un luogo ostile alla vita, dove regna il silenzio, echeggiano suoni lontani, l’occhio percorre una staticità  inquietante che trapela dalle montagne, arcigne sagome tridimensionali vomitate dalla bassa polvere di questo oceano arido. C’è una quiete conflittuale a restare qui, sganciati da guide turistiche e strutture organizzate. Si teme come di perdersi per sempre. Di non trovare nulla. Si guarda con sospetto la luce totale, la brezza piacevole, la pace del mondo. Non siamo proprio abituati a fare deserto. Cerchiamo tutto, senza tregua. Vogliamo vedere, vogliamo capire, vogliamo immortalare. Il vuoto ci spaventa. 

Per tornare in città non abbiamo altra scelta se non fare autostop. Passano quasi solo camion. Se ne ferma uno dopo parecchi minuti, un furgone che distribuisce bevande ai villaggi, bibite industriali riadattate alla cultura locale: qui per dirne una la Coca Cola Company produce e vende Inka Cola, una brodaglia giallo oro dal gusto discutibile, che va a ruba. Sul camion c’è posto solo vicino al guidatore, ma i due passeggeri si spostano dietro, in piedi tra le casse di bottiglie, per far salire noi. Rudi camionisti gentili del deserto peruviano. Proviamo come sempre a spiegare la strana natura del nostro viaggio. L’autista ci regala un’arancia a testa per fare merenda. Avanziamo a velocità ridotta ma costante su questa striscia sottile di asfalto nero che taglia in due il deserto. Chissà con che coraggio, oltre 2500 anni fa, qualche giovane Nasca passava qui giorni e notti, scavando un segno perfetto. Chissà quante volte si è perso, e ritrovato. E quali nomi ha dato all’ineffabile.

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.