Perù

Ultimo viene il condor

Mi ammutolisce la bellezza e la vastità del mondo. Ogni luogo per qualcuno è il centro del mondo, me ne accorgo, lo sento nelle parole e nei gesti di ogni persona che mi accoglie, che mi porta a conoscere il suo mondo. Quanti centri del mondo diversi per così tante persone, e – di riflesso – quanti potenziali per me… Vuol dire che la mia vita non è vincolata ad un unico luogo, lontano dal quale mi sentirei smarrito e inesistente. Vuol dire che potrei trovare il mio centro altrove, in tanti altrove, ma allora come scegliere, come non rischiare di perdermi quello vero, quello più adatto a me? 

Mi dà sollievo l’uguaglianza della natura umana, della fatica umana, della felicità. Bastano poche cose semplici per avere l’essenziale della vita. E quelle poche cose la natura le offre praticamente ovunque. Dove non le offre, dall’alba dei tempi le culture e le civiltà hanno saputo come provvedere. Non esistono civiltà e lingue morte… Esistono piuttosto sordità umane, ingiustizie, e dall’altra parte anime sensibili, convivialità. Un continuo disequilibrio in cui lottare, seminare, pesare. Il mondo è così grande, eppure bastano poche ore per vederne parti così lontane, così diverse. Ci si sente stranieri ovunque, ma anche a proprio agio nella facilità dell’essere accolti, dell’essere continuamente di passaggio. Ti siedi un momento sopra un sasso, al fresco di un albero, ti rilassi, ed è uguale che tu sia sui colli europei o tra le catene andine, nella foresta amazzonica o sulla via della seta. La calma del mondo e il suo incedere convulso sono e restano. 

In Etiopia, la culla dell’umanità, ho sperimentato come le lingue possano essere una barriera insormontabile. Anche questo mi allibisce. Puoi restare giorni, settimane, mesi senza che mai si sfiorino le anime, le riflessioni, le affermazioni più profonde. Babele… Dove c’è intesa anche minima, al contrario, in poco tempo capita di scambiarsi storie e valori potentissimi. Vite intere. Filosofie di vita. Attimi di presente reciproci e indelebili. Nelle parole ben adoperate passa, lentamente, il proprio spirito. 

Scrivo questi pensieri mentre l’autobus popolare è fermo per una turbolenza in piene Ande. Un altro Perù rispetto al deserto di Trujillo o di Nazca. Un altro mondo di casette, campi, ponti, stoffe, cappelli, trecce nere; così diverso dalle lande polverose del deserto, ricoperte di rifiuti, crivellate di miniere, disseminate di baracche scure, dove l’oceano è un risciacquo distratto e opaco su rive vuote. Davanti a me due donne sulla cinquantina parlano in Quechua, avvolte nei loro scialle a righe colorate. Le ascolto rapito senza capire nulla. Ancora un momento di contemplazione di altri mondi, lontanissimi, bellissimi, che nonostante tutto esistono e persistono nei secoli. Il mio spirito trabocca, ha bisogno di tempo per tornare sulle cose vissute, per decantare le emozioni accumulate.

La verde Colombia, l’allegro Ecuador, il caotico Perù… Passi. Passi. Passi. In un mondo vivifico.  Sarò capace di ritornare nel mio, di mondo, sentendo la stessa forte motivazione sociale, ambientale, vitale, che ho incontrato qui? Già sento la pesantezza di un continente invecchiato, pachidermico, che mi attende con i suoi garbugli. Dove i problemi sono spesso sottili e sfumati, tra le pieghe di realtà complesse e surreali. Dove le persone che tutto gestiscono e governano sono della terza età… Sarò capace di tornare e mettermi a servizio? Potrò avere una efficacia? Interesso a qualcuno? Per cosa lotteremo, per cosa lavoreremo, per cosa gioiremo? Il punto non è se fare, cosa fare, come fare; il punto per quanto mi riguarda è “perché”, per andare dove. Qui in latinoamerica molte cose, molte scelte sembrano più nette, più efficaci, più affascinanti. E si ha la sensazione di poter mettersi in gioco con più efficacia, con più margine per contribuire realmente ad una comunità. A “casa mia” che ne è stato del senso di comunità?

Cruz del Condor, Colca Canyon. E’ mezzodì e sono solo. Caldo, vento, cime. La gente se n’è andata, ha già fatto le sue foto, i condor si vedono solo all’alba. Mi siedo. Parlo con Dio. O forse mi apro all’ascolto, chi lo sa. Sono sospeso su mille metri di salto nel vuoto, circondato da giganti di pietra, cime incappucciate, ali di farfalle. “Come sono grandi, Signore, le tue meraviglie“ recita il salmista. Non sono immaginabili dall’uomo nè dal caso. La Madre Terra è il tuo corpo, racchiude e alleva il tuo Soffio di vita. Quanto dobbiamo essere grati a coloro che ci hanno insegnato, con umiltà sommessa, a pronunciare dentro di noi il tuo nome, tutti i nomi che ti fanno Padre, Madre, Spirito, Figlio, Relazione, Infinito. Amore. Qui, sospeso sul più profondo canyon del mondo.  La natura fa ciò per cui è stata creata. Vive. Si può dire lo stesso dell’uomo? Quanti sono a non vivere oggi una propria spiritualità? Quanti sono a vivere oggi una spiritualità formale, invadente, caricaturale? Dove nasce e dove si nutre quella spiritualità vera, quella contemplazione, quel silenzio vibrante che ti rende creatura davanti al cosmo, fratello davanti al mondo, figlio e viandante, mendicante di pienezza? Io qui mi fermo.

Qui mi apro al soffio. Chiedo. Di saper ascoltare il respiro del mondo, di non sentirmi solo, di poter servire ad una causa più grande, di essere perdonato e cullato nei miei limiti, nella mia piccolezza. Qui dove il mondo è squadernato ai miei sensi, dove il cielo si fonde con la terra, dove l’uomo si riscopre piccola cosa, dove il vuoto crea la sete di vivere, amare, godere, elevarsi.  Fermatevi da una montagna, nel nulla, a guardare, a sentire. Non è solo vento, è un respiro… E ditemi come si può non credere. Il deserto è la mia porta per l’universo. Il mio rifugio per ritrovarmi. Il mio balcone da cui sognare e amare ancora di più l’umanità. Qui non possiedo nulla e trovo tutto. Inizio e fine. Morte e rinascita. Nel vuoto ai miei piedi, maestoso, si alza in volo un condor.

Condividi

Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.