Colombia,  reportage

Armando, i bambini, un pallone

Tutto quello che abbiamo su Cartagena è un nome e un numero di telefono. Non riusciamo a capire di che progetto si occupi e non lo sa neppure l’amico di amici che ci ha suggerito di fargli visita. In questo viaggio on the road però ci siamo sempre fidati, incontrando realtà e persone meravigliose: ancora freschi gli incontri con Alvaro e Matilde della ONG Pais21 e con Bernardo e Nube di CENIT, artisti sognatori che progettano il teatro sociale in piena selva. E così decidiamo di fidarci anche questa volta. 

Cerchiamo Armando quattro giorni prima del nostro arrivo a Cartagena. Quando alla fine alla fine ci risponde, a causa di interferenze e del nostro magro spagnolo non capiamo granché. Afferriamo due indicazioni: da Marsol Transporte alle 16, e da lì in bus fino a Loma de Arena. Zainoni in spalla e zainetti a tracolla, senza mappa e senza certezze sul dormire, ci presentiamo a fare il biglietto.

“Loma de Arena? Ma siete sicuri di voler andare laggiù?” Cominciamo bene.  Dopo un’ora di spiagge e baracchini che scorrono dal finestrino, l’autista ci fa segno di prendere la nostra roba e scendere in strada. Intorno a noi non c’è nulla. “Giacomo?” Una voce dietro di noi: ecco Armando! Non c’è tregua, non ci facciamo domande. “Salite in moto, i ninos ci aspettano al campo”. Due suoi compari ci fanno salire stracarichi in sella alle motociclette (ovviamente senza caschi), e via.

Dopo 15 giorni di latinoamerica abbiamo capito che quando un colombiano ti prende in carico, deciderà lui per te, si occuperà di farti mangiare, ti porterà dove riterrà opportuno, senza tante spiegazioni. Hai solo da abbandonarti con curiosità e rassegnazione. Eccoci in moto a sorvolare una piana desertica a pochi metri dal mare.

Armando è nero. Come tutti gli abitanti di Loma de Arena. Periferia, villaggio dimenticato, sembra di esser saliti in Colombia e scesi in Africa. Siamo gli unici bianchi, probabilmente ridicoli con questi zainoni. Qui non c’è il mix allegro di indigeni, creoli, europei e afrocolombiani che abbiamo vissuto finora. Siamo circondati da un centinaio di bimbi, ragazzi e ragazze, al margine di un campo di calcio in terra battuta. 

Armando è un giusto. Come Donald, con cui da 15 anni lavora a questo progetto sportivo per il futuro dei giovani in un pueblito dimenticato dal mondo. Non sono parte di un’associazione, non sono tuttologi del sociale né cooperanti di formazione. Sono colombiani, padri di famiglia, pratici e concreti. Come don Rito ad Abrego, sono partiti dalla realtà, dalle esigenze, e a modo loro hanno cercato una risposta ai problemi di Loma de Arena. Coordinano e allenano il Club Deportivo Tajamar, offrendo un’alternativa sana a circa 120 ragazzi. Attraverso lo sport trasmettono valori fondamentali di amicizia, rispetto e solidarietà, li proteggono dal giro delle droghe e dello spaccio, dalle gravidanze precoci e indesiderate, dall’alcol e dalla violenza.

Ma fanno di più: incitano i ragazzi a continuare il percorso di formazione fino anche all’università: con orgoglio di padre Armando ci racconta di aver appena mandato 5 ragazze all’Università pubblica di Bogotà, appoggiandosi a qualche amico docente. Sono un po’ i padri di tutti. Appena smontano dal lavoro si dedicano fino a tardi a questi ragazzini, in una società dove le figure paterne di riferimento sono troppo spesso assenti o irrilevanti, e alla mancanza di soldi e di interesse aggiungono non di rado l’ingrato tunnel dell’alcol.

Inarrestabile è poi la droga: affianco alla cocaina stanno emergendo nuove sostanze sempre più pericolose, distribuite tra i giovani che entrano nel giro dei soldi facili dello spaccio. Infine totale è qui l’assenza dello Stato. Questo ci racconta Donald, ospiti per cena della sua famiglia. Ci parlano del Venezuela, di Trump, dell’Europa e dei migranti. Gente semplice ma consapevole del mondo. Conoscono anche Genova, per via della Samp…  La cena è buonissima.

Domani continueremo con le foto, le riprese e le interviste per dare il valore che possiamo a questo piccolo sperduto miracolo, che si svolge quotidiano da 15 anni tra impegno e convivialità. Abbiamo chiesto ad Armando dove possiamo riposare, senza alcuna pretesa. Lo seguiamo nella notte scura. Piove. Su di noi, sulla vicina laguna che incontra il mare. Sulle parole di Armando che continua a raccontarci il suo mondo, la costa del Caribe, la bellezza, la musica, il lavoro. Piove sul tetto della casa che ci ospita, una sorta di locanda popolare, forse di suoi cugini. Dormiamo sereni in balia di questa Colombia che sembra Africa, gustandoci ogni attimo, senza paura.

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.