Colombia,  reportage

L’el dorado inaspettato

Bogotà, primi giorni, prima esperienza in Colombia, prima volta nelle Americhe. Mettersi d’accordo con i colombiani, ci accorgiamo, è quasi impossibile. Il che non vuol dire che l’incontro non avverrà. Anzi. Avevo contattato la parrocchia di San Alberto Hurtado su suggerimento di un amico gesuita, ritenendola una buona occasione per fare un giro in periferia di una delle capitali più famigerate al mondo. Solo che le risposte non arrivavano, se non a sprazzi, e mai del tutto chiare.

Comunque ci siamo messi in marcia, abbiamo imparato a usare gli autobus cittadini e ci siamo diretti seguendo il navigatore verso il barrio indicato. Un’ora di viaggio dopo ci rendiamo conto che dove dovrebbe sorgere la parrocchia ci sono solo case. Siamo usciti parecchio dal centro di questa capitale, famosa per i suoi visionari murales. Non ci sono qui gli alti grattacieli di plaza Simon de Bolivar, le attrazioni imperdibili come il grande Museo dell’Oro (forse il più ricco del Sud America) o le “cicciose” sculture di Botero. 

Fuori da Bogotà ci sono altre Bogotà, che si replicano a perdita d’occhio su versanti di colline e fondo valle. Casette di mattoni a vista, tetto di lamiera, cisterne per l’acqua, marciapiedi e strade grige, campetti, baracchini e mercati. Gente che si muove. Bogotà è quasi solo narrata dalla sua gente che si muove. 8 milioni di persone ossessivamente in transito da una parte all’altra, da un centro a un pueblo, da un barrio a un altro. Decine di compagnie di autobus polverosi, migliaia di taxi legali e abusivi, macchine collettive, moto, perfino audaci biciclette. Le strade sono sempre bloccate, a qualunque ora, intrise di un odore irrespirabile che risulta da carburanti scadenti o miscelati. E’ anche una città verdissima, e colorata dai suoi stupefacenti murales.  Perfino qui dove siamo finiti (appunto, dove?) ci sono sprazzi di verde e murales.

A nulla vale tentare di raggiungere la vera zona della parrocchia: ci scoppiamo un’altra mezzora di autobus in salita (pendenze da far invidia a Genova) per ritrovarci da soli in cima alla periferia della periferia, dove le case diventano baracche di stracci e bastoni, i cani randagi ti circondano, le strade si sciolgono in fango e nemmeno il bonario pensionato del baretto che ti indica la via ti toglie l’impressione che forse, come primo giorno in questo “nuovo mondo”, può bastare così. Torniamo a casa: un’ora e mezza di autobus affollato nel traffico fumoso fino al nostro barrio Bosque Popular, vicino al pregiato Orto Botanico, dove Einny ci ospita gentilmente. Studia scienze politiche dell’amministrazione all’Università, ma la sua famiglia vive ad Abrego, dove si prende cura di una Fondazione educativa che visiteremo i prossimi giorni. 

La mattina dopo. Il nostro articolato programma salta prima di cominciare quando squilla il cellulare e padre Eduardo Avila, che avevamo cercato inutilmente di raggiungere ieri, ci sta venendo a recuperare sotto casa, perché casualmente è in zona per una commissione. E che commissione: è venuto a prendere un altro prete, padre Daniel Delgado, che ci accoglie con qualche parola di italiano (miracolo!). Daniel è vicario del Vescovo, tecnicamente monsignore, e si occupa di visitare e accompagnare tutti i preti operativi in determinate zone della città, fornendo supporto, formazione, incoraggiamento, vicinanza umana e progettuale, coordinamento pastorale. 

In un bianco pulmino scalcagnato, con musica colombiana a palla e due preti sconosciuti, attraversiamo il centro per inerpicarci verso il turistico santuario di Monserrate, a cui si sale con una ripidissima funicolare per una vista mozzafiato su tutta Bogotà. O almeno cosÌ ci dicono, perché noi non lo abbiamo mai verificato: di fronte alla scelta tra “giornata turistica” e “giornata di periferia” scegliamo chiaramente la seconda, seguendo Daniel ed Eduardo.

Il barrio Lechos El Dorado è di livello 1, il più basso dello standard socioeconomico in cui è suddivisa la popolazione cittadina. Scattiamo qui le nostre foto più timide e autentiche della capitale colombiana, mentre per tutto il giorno camminiamo al seguito di questi due personaggi. La periferia è un accumulo disordinato di case e baracche, un intreccio di mattoni, lamiere e travi di legno, che ricoprono il monte brulicante di vite “ultime”. Eduardo è più riservato, racconta se interpellato, incuriosito dal nostro interesse per un luogo turisticamente insignificante.

Daniel è un uomo di speranza e pace. Questo tracima e questo comunica a tutte le famiglie che visitiamo. Ci tiene ad approfondire con noi il senso del suo incarico, il desiderio di essere vicino ai bisogni del popolo, di camminare col sorriso, semplice e amico, e di spendere vita piena tra questa gente.  Osservandolo in tutti i suoi aspetti mi viene in mente che Jorge Mario Bergoglio, prima di vestirsi di bianco, doveva essere così, un pastore senza se e senza ma. Ironico, curioso, amichevole, nato e cresciuto e invecchiato per “compartir” con la gente più umile. L’anziana coppia che non può quasi uscire di casa. Il ragazzo disabile senza prospettiva alcuna. La vedova che ha voglia di mettersi a servizio del quartiere. La giovane madre che tira avanti occupandosi anche dei figli altrui. Daniel a tutti rivolge la sua attenzione seria e semplice, a tutti chiede di cercare “pace e speranza”, ne valorizza le vite.

In casa del parroco Eduardo, prima di unirci per pranzo, ci fa vedere la stanzetta in cui dorme quando visita il barrio El Dorado. “Mi porto dietro l’essenziale in questa borsa, e mi fermo qualche giorno qui, come in ogni parrocchia che visito. Così è più bello condividere con gli altri preti e i volontari, cucinare insieme, guardare la tv e chiacchierare fino a tardi. Capisco meglio come vivono, di cosa hanno bisogno, sono a disposizione senza filtri, possiamo fare progetti insieme per il quartiere”. E’ la sua missione, ora, la sua scelta di vita. Quella teologia della strada, della pratica senza fronzoli e orpelli clericali, dell’umanità solidale che stiamo imparando a riconoscere naturale in papa Francesco, che viene “dalla fine del mondo” a noi cocciuti euro-centrici sapientoni.  

La giornata trascorre tra viuzze, scalette, case più o meno fatiscenti. Non vediamo quasi mai la miseria. Piuttosto una povertà dignitosissima, a tratti molto più sensata e autentica di tante finzioni e rigidità che noi occidentali chiamiamo “progresso”. Prendiamo la pioggia. Le strade si fanno rivi, il fango si risveglia, una famiglia ci presta degli ombrelli. Respiriamo il vento alto dei colli, da cui si vede l’infinita Bogotà fatta di molte Bogotà. Intravvediamo il verde sconfinato delle campagne, dove la città si spegne. Assaggiamo il “tinto” (caffè lungo locale) e altri manicaretti. Ascoltiamo soprattutto, condividiamo il senso del nostro viaggio a chi ce lo chiede. Daniel sembra apprezzare questa nostra idea che da una periferia si può osservare meglio al mondo intero, scoprendo i tratti di una umanità più vera.

Poche ore di questa inattesa esperienza valgono decine di giorni passati altrimenti. Ci calano in uno spaccato di vita “invisibile” che non ha prezzo. E’ così che cadono le paure, l’immaginario del pericolo, del sottosviluppo, dello straniero. Da questo momento molte delle paure che ci hanno inculcato e ci inculcano di continuo sulla “pericolosità” del muoverci in latinoamerica si vanno ridimensionando. Qui gli estranei siamo noi. Ma sono felici di incontrarci. 

Se avessimo immaginato prima di poter camminare nelle periferie di Bogotà? Certo che no. Grazie a questo doppio incontro lo abbiamo fatto. Siamo entrati nelle case, abbiamo parlato con le persone, abbiamo documentato una piccola grande esperienza di vita e di servizio alla comunità. Ci siamo calati in altre vite, in un altro modo di stare al mondo con le sue bellezze e i suoi inferni. Abbiamo ricevuto indietro arricchito il nostro sguardo sulla realtà. Ed è solo l’inizio di questo viaggio in balia dell’inaspettato, della ricerca, della fiducia.

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.