Perù,  spiritualità

In Sud America a caccia del buen vivir

Nella vastità delle mete possibili per un viaggio importante della mia vita, il Sud America trova il suo perché, la sua giustificazione almeno undici anni fa, quando da adolescente in formazione cominciai a leggere i diari di Ernesto “Che“ Guevara e i documenti, articoli, brani di teologi della liberazione tradotti e contestualizzati sul mensile Adista. Non mi sono mai riconosciuto nella cultura occidentale/capitalista, tanto meno nell’approccio esistenziale dominante dove sono nato e vissuto.

Al contrario ho sempre intuito un’affinità profonda con le culture native americane, delle quali nostro malgrado (e nostra culpa) non rimane molto in Nord America, mentre diversa è la storia latinoamericana, dove non solo hanno resistito le comunità indigene, ma dove nel secondo Novecento, a fronte di spietate dittature filo-statunitensi, si sono avuti fenomeni di ripresa e di emersione istituzionale delle culture indigene, pur con tutti i loro limiti. Mi rivedo appena uscito dal liceo, nel gruppo settimanale che con altri ragazzi dedicavamo all’auto-formazione politica e civica, a sottoporre con entusiasmo le costituzioni di Ecuador e Bolivia dove – primo caso al mondo – si dava centralità alla cura della Pacha Mama, la madre terra, cuore pulsante e irrinunciabile di un’armonia vivifica per l’intero popolo, grazie alla riscoperta della cultura nativa originaria.

Sempre in quegli anni ho amato il canto profetico dei testimoni di giustizia e nonviolenza attiva, Helder Camara in Brasile, Oscar Romero e i sei gesuiti assassinati in El Salvador, il poeta monaco rivoluzionario Ernesto Cardenal in Nicaragua, esempi contemporanei entusiasmanti di un cristianesimo realizzato, praticato a servizio dei poveri e contro le ingiustizie strutturali, tolto da sacrestie ammuffite e restituito al soffio libero dello spirito tra gli ultimi della storia. Il mio personale senso di questo viaggio in Sud America nasce da queste e da altre suggestioni che fanno parte della mia crescita interiore ed esteriore. In sostanza, rappresenta il desiderio di portare in quella dimensione “altra” del mondo i miei passi di camminatore, i miei occhi di osservatore, il mio cuore di persona in ricerca attiva.

Un anno esatto dopo la discesa di 40 giorni in Etiopia, alla culla dell’umanità, si rafforza la convinzione dell’utilità di “migrare al contrario”, dalla vecchia e stanca Europa, campo di battaglia delle illusioni del capitalismo e delle crescenti drammatiche conseguenze delle disuguaglianze globali, verso i mondi del Sud del mondo, per osservare la vita e ricalibrare i miei slanci da un osservatorio privilegiato e insolito, quello di una periferia dell’esistenza (o presunta tale). Il merito di questa partenza va alla tenacia di viaggiatrice ed esploratrice delle culture di Alessia, che mi ha sospinto a superare distanze molto maggiori di quelle che avrei forse osato. Fidandomi del suo istinto e della sua audacia, metto il mio contributo e il mio ascolto in mezzo alla strada che ci porta oggi a calcare queste latitudini. Pronto a faticare, sognare, immaginare, assorbire, per cercare ancora una volta, ancora un po’ più a fondo qualche verità di me stesso e della mia esistenza autentica.

P.S. Scopri la filosofia del Buen Vivir nell’articolo di Eduardo Gudynas

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.