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Siamo tutti indigeni – Liguri Tutti.it

Villa d’Almè (BG) – Noi siamo qui. Tra le valli bergamasche, nel nord Italia, cuore del Mediterraneo e delle migrazioni epocali. Siamo su una terra abitata, vissuta, camminata, una terra custodita dalla famiglia di Johnny. Non so chi sia, ma so che il suo spirito è indigeno, nativo. So che custodisce questa terra, e che ha battuto le praterie del Wyoming con i capi tribù dei pellerossa. Qui, con i piedi nudi poggiati sul prato, i capelli al vento e la pelle abbronzata dal sole, al centro del cerchio, tra orti, cavalli, alberi e con alle spalle un grande tepee indiano, Johnny dichiara ancora una volta la sua felicità di essere contadino, campesino, indigeno. Un nativo custode di ciò che è bello perché è di tutti, e deve restare a disposizione di tutti.

Johnny ha combattuto, e ha vinto: tempo fa i grandi capi bianchi dai loro palazzi di vetro e metallo hanno deciso che una nuova superstrada sarebbe stata costruita, tagliando in due la sua terra. Johnny si è opposto con tutte le sue forze, con tutta la sua gente. Dalle riserve del Nord America sono venuti i capi tribù dei pellerossa, e insieme hanno cavalcato fin nel cuore della città, Milano, hanno percorso il cemento fino alla sua sorgente, inscenando una storica protesta davanti al palazzo dei capi bianchi. E hanno vinto. Il progetto è stato cambiato, la loro terra resterà integra.

Noi siamo qui, per i casi fortuiti e destinati della vita, come se uno spirito affine ci avesse condotto a questo momento. Qui oggi 100 indigeni da ogni angolo del pianeta dichiarano sacra questa terra, patrimonio indigeno dell’umanità. Nei loro abiti tradizionali, con i copricapi di piume e le stoffe ricamate più belle, con i gambali e i sonagli dei guerrieri, i tamburi e i flauti delle loro danze tribali; un gruppo dopo l’altro sfilano al centro del cerchio, pronunciano parole di pace, di adorazione, di omaggio alla Pacha Mama, al Sole e al Creatore. Bruciano i loro incensi, cantano le loro preghiere in mille lingue differenti, provenienti dalle radici del mondo.

Noi versiamo lacrime che l’emozione stilla dal profondo. I nostri corpi, i nostri respiri, le nostre membra si sentono corrispondere a questa umanità ancestrale e senza tempo. Sta succedendo. Il tempo non conta più, ora. La preghiera si fa respiro dell’universo, una commozione irrefrenabile, un magone continuo che va a scavarci nel profondo dell’anima. Ogni gesto proposto da ogni tribù è rivelatore: di quanto abbiamo dimenticato, di cosa sia la spiritualità, di cosa sia la Terra, di come si celebri, di cosa sia la vita che scorre. I nostri occhi accostano immagini che travalicano la storia, in uno stupore silenzioso che ci riconcilia all’Uomo. Questi sono i popoli eterni, i pilastri della terra, i custodi della saggezza. Sono le vittime della storia, i sempre calpestati, i mai sconfitti. Sono l’umano in ogni sua espressione, nei passi lenti e radicati delle loro danze, dei loro tamburi che risvegliano le viscere, nelle urla animalesche e nelle nenie cantilenate, si percepisce il palpito del cuore del pianeta: un tutt’uno col nostro cuore.

Arriva anche il momento delle parole, delle verità piccole e feconde. Si celebra oggi una famiglia allargata che custodisce una terra sacra, e la coltiva, e la fa germogliare, a disposizione di molti: si celebra la vera famiglia, che non possiede ma custodisce, che non si chiude ma si apre, erodendo ogni confine imposto. Immobili, silenziosi, noi siamo qui. Coinvolti inequivocabilmente in una comunione più grande e reale. Restituiti a noi stessi, alle emozioni giuste, ai sentimenti giusti, dove la parola non basta più. Piccoli di fronte alla grandezza che ci troviamo davanti, contriti di fronte alla verità e alla rivelazione di popoli umani che abbiamo calpestato e dimenticato. Essi mettono in luce i migliori lati di noi stessi, che abbiamo relegato a margine del nostro vivere quotidiano.

Ci sono anche scene stonate, comiche, comunque espressione di un mondo rimescolato: l’anziano capo Apachi stringe una lattina di Coca Cola; gli indigeni dell’Amazzonia finiscono di aggiustarsi i copricapi piumati e si scattano un selfie. Bello, brutto, non importa: la grandezza di questo momento è scoprire, toccare con mano che realtà millenarie non sono state cancellate, le loro usanze non si sono perdute per sempre. Da qualche parte ci sono villaggi, comunità, assemblee che tengono in vita ogni cosa, che mantengono vivo uno spirito, anche contaminato e inserito nel mondo contemporaneo.

Ci sono i Pigmei che recitano una preghiera con una piccola statua di legno, le tribù dell’Isola di Pasqua che cantano a più voci e danzano col sorriso, i nativi americani che ballano in cerchio al ritmo del tamburo stringendosi per mano, i Maya e gli Aztechi che travestiti da animali della foresta inscenano una danza a terra, gli aborigeni australiani che soffiano in un tronco di legno cavo e si muovono tra le persone come insetti, i clan scozzesi che danzano sulle note della cornamusa, le donne orientali che cantano e ripetono preghiere in coro con pesantissimi orecchini d’oro e le gambe rivestite di bracciali di metallo… C’è la benedizione della famiglia e della terra con il latte appena munto mischiato all’erba di campo appena raccolta, un rito della savana kenyota accompagnato da parole bellissime di universalità e sacralità.

Noi siamo qui per comprendere, per dare luce ai nostri occhi e nutrimento al nostro spirito. Siamo qui per imparare quanto è lunga la nostra strada all’umanità. E’ tempo di tornare alle vere radici dell’uomo e dell’universo. Ringraziamo la Madre Terra che i custodi di questa sapienza, nonostante tutto, sono ancora qui.

L’evento è stato organizzato come fuori programma del Festival Lo Spirito del Pianeta, che si svolge ogni anno a Chiuduno (BG) con indigeni e artisti da tutto il mondo.

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.