Etiopia,  reportage

In Etiopia l’airbnb è una capanna di fango

A voi sarebbe mai venuto in mente di fare AirBnB in Africa? Di cercare sul web ospitalità presso una famiglia africana come tante, casetta di paglia e fango dove il bagno è un buco nel terreno? A noi no. E invece è successo (ed è solo una delle tante “cose sconsigliate” che ci è venuto naturale smentire già nei primi giorni di viaggio). La pulce nell’orecchio ce l’ha messa una simpatica coppia di inglesi che abbiamo incontrato visitando i Castelli medievali di Gondar, e che guarda caso erano appena stati a Lalibela, uno dei maggiori siti archeologici del paese, nostra successiva destinazione. Nello scambiarsi com’è ovvio qualche reciproca informazione utile, i nostri amici ci hanno raccontato di essere stati ospiti – attraverso il sito Airbnb – di una guida locale che metteva a disposizione per pochi euro una stanza della sua casetta, e che l’esperienza meritava davvero.

Perché non provare, ci siamo detti. Specie dal momento che Lalibela è nota per essere una zona turistica, quindi più cara ma soprattutto più fastidiosa per chi cerca un contatto autentico con la quotidianità locale. Al primo wi-fi disponibile (il 3G in Etiopia funziona per modo di dire, anche con una SIM nazionale) abbiamo trovato una dozzina di ospitanti presso il villaggio de Lalibela, e dopo una rapida scorsa ai profili e alle foto, ne abbiamo contattato uno per ospitarci la sera successiva. Dopodiché non siamo più riusciti a connetterci, ma senza perdere le speranze, convinti di provare a fare un’esperienza diretta nella vita popolare, appena arrivati a Lalibela ci siamo cercati un Internet Cafè.

L’Internet Café in questione si è rivelato un locale propriamente da etiopi e non da turisti, un ottimo inizio. Muri di paglia e fango, struttura in legno e tetto in lamiera, pavimento di terra battuta, o per meglio dire di polvere rossa. Una decina di computer e forse una connessione, qualche giovane avventore del primo pomeriggio. Ci connettiamo e scopriamo che il nostro contatto AirBnb, uno studente universitario che si è inventato questa piccola forma di sostentamento per la sua famiglia, ci ha risposto positivamente. Ora si tratta di trovare la casa, ma ci sembra logico chiedere ai ragazzi nell’Internet Café se qualcuno la conosce e ce la sa indicare. Detto fatto, un giovane simpatico e gentile che diventerà in qualche modo la nostra guida non ufficiale anche per la camminata del giorno dopo, dice di essere parente della famiglia che ci ospita, e ci accompagna. Su per una stradina di pietre dissestate, poco distante dall’hotel che doveva essere la nostra sistemazione alternativa, tra le baracche e i cortili, dietro a un cancelletto traballante di lamiera e fil di ferro si schiude una delle esperienze più significative del nostro viaggio in Etiopia.

La mamma di casa non si aspetta il nostro arrivo e inizia ad affaccendarsi per attrezzare la camera degli ospiti (una metà intera della capanna). In cortile, accomodati sugli sgabelli migliori, cerchiamo di comunicare con una delle sorelle in questa nuova “famiglia per un giorno”. La bimba più piccola si aggira seminuda, guardando di sottecchi e giocando con niente. Dopo diverso tempo ci fanno entrare nella stanza: accogliente, un po’ kitch, pulita e ordinata; una pelle di capra all’ingresso e foglie profumate per terra, il letto matrimoniale rifatto con una trapunta viola shocking. C’è anche la corrente (forse). Ci sentiamo ospiti ma non stranieri, come lontani parenti in visita: mangiamo insieme, impariamo il rito del caffè che si svolge in giardino (raccolto dalla pianta, sgranato, tostato, battuto e infuso). Attorno alla capanna, oltre la recinzione di lamiera e bastoni, la vita del popolo scorre quieta, in un via vai di galline, caprette, bambini, donne cariche di merci, e con sollievo non arrivano le omologazioni del turismo bianco.

A sera inoltrata riusciamo a intavolare una conversazione vera e propria con il padre di famiglia, che in quanto insegnante e direttore scolastico, oltre a conoscere bene l’inglese, ci illumina i dettagli della cultura etiope e della situazione di sviluppo e disuguaglianze nel paese. Con tutte le altre, gratitudine e condivisione si esprimono nei gesti e le parole non servono.

E che dire di aver condiviso un’originale toilette africana consistente in un nauseabondo buco nel terreno, dietro una tenda, senza fogna né carta igienica? Senza uscire dalla propria comfort zone è dura entrare davvero nella realtà che si afferma di visitare.

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.