Etiopia

Cosa ci vai a fare in Africa?

La mia prima volta in Africa avviene in uno dei momenti più tesi a livello di migrazioni dal Sud al Nord del mondo. E non solo per i recenti attentati delle cellule ISIS in diverse capitali europee, arabe e mediterranee. Ma proprio per la sensazione diffusa che – dopo decenni di migrazioni più o meno costanti, per quanto sempre malamente trattate in chiave emergenziale – stia oggi crescendo un afflusso sproporzionato, di dimensioni incredibili, di persone che da molteplici zone del cosiddetto Sud del mondo aspirano ad un futuro dignitoso e pacifico nella vecchia Europa.

Solo che, per non cedere a letture semplicistiche, opportuniste e facilmente disumane, occorre ricordare sempre che tutto ciò ha origine da conflitti, sfruttamenti, privazioni di diritti di cui sono (siamo) consapevolmente responsabili le nostre benestanti nazioni e aziende multinazionali. Il binomio quindi non può mai essere “Quanti migranti, maledetti loro” ma piuttosto “Quanti migranti, maledetti noi trafficanti di armi e di sfruttamenti”. 

In ogni caso, partendo per l’Etiopia mi trovo nella situazione di immaginarmi “migrante al contrario”, senza certo volermi paragonare alle terribili epopee dei richiedenti asilo. In che senso dunque? Nel senso di andare contro una certa corrente piuttosto dominante: che vede nell’Occidente il modello indiscutibile di società, di benessere e di civiltà umana; che vede nella ricerca del profitto economico e del potere d’acquisto e di accumulo l’unico vero senso del vivere e del fare; che vede nei paesi del Sud del mondo un’accozzaglia sconosciuta e deprecabile di poveretti, incasinati e disgraziati.

Contro una corrente di questo tipo io mi muovo in ricerca. Quella corrente a volte inconscia e comunque “politically correct” per cui, in fondo, noi siamo il punto di arrivo di tutti i popoli del mondo, il nostro modo di vivere, di produrre, di lavorare, di guadagnare, di spendere. Le nostre regole. Il nostro ordine. La nostra “pace” e “libertà”…  Ecco allora che, mentre oggi più che mai migliaia di persone attraversano deserti e mari per giungere in Europa, paradiso immaginario eletto e agognato, noi ci ritroviamo ad andare “giù”, in senso inverso, in Africa, a conoscere e sperimentare un altro modo di essere umanità, nelle sue luci e le sue ombre.

Consapevoli di “migrare” privilegiati, figli di un individualismo materialista e capitalista, critici e autocritici, cercatori non di futuro economico ma forse umano ed esistenziale, di strumenti diversi che diventino costitutivi della nostra crescita, della nostra idea concreta di futuro, di comunità, di benessere. Noi, provenienti da terre urbanizzate, dalla civiltà della tecnica e dell’industria, dall’ossessione delle normative e della sicurezza, dal desiderio del potere d’acquisto, dal tempio delle nuove tecnologie e della virtualità, ci troviamo a inforcare i sandali e a scendere in Africa, in punta di piedi.

Uscire da noi stessi, dal nostro modo di guardare la vita e il mondo, dal nostro ambiente comodo e selezionato, è il primo passo. Entrare in una cultura millenaria e multiforme proprio in Etiopia, culla della vita umana e cuore africano, è sempre un primo passo, forse lo stesso, forse no. Si può forse fare un passo con un piede soltanto?

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Camminatore, comunicatore e musicista, Giacomo D'Alessandro vive a Genova. Le prime tracce di un blog ispirato alla figura del "ramingo" sono del settembre 2006. Una lunga e variopinta avventura tra il camminare e il raccontare, in tanti modi, grazie a tanti compagni di viaggio.